Avarone e il Monte Avaro - Andrea Lombardi
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Avarone e il Monte Avaro

Mucche, montagne, diavoli e corpi gagliardi. Intrighi erculei sotto il sole della Val Brembana.

Avarone e il Monte Avaro

Mucche. Un’interminabile distesa di mucche.

Disperso nella alta Val Brembana, nella selvaggia natura orobica, viveva un mandriano molto bello e muscoloso il cui nome è svanito tra i pascoli di Cusio. Ciò che vedeva erano solo mucche, ogni tanto qualche cavallo. È un mestiere faticoso, quello del mandriano, una sorta di cowboy della bergamasca. Con la sola differenza che qui non si spara, si lavora.

Il ricco padrone lo maltrattava, le ingiustizie non erano una grande novità ma le bastonate ti sorprendono sempre. Però il pastore non s’è mai lasciato abbattere, uscendone ogni volta più forte, unto e muscoloso. E anche più furbo.

Grazie ad alcuni affari andati a buon fine riuscì ben presto ad arricchirsi, silurando il padrone e dedicandosi al commercio per conto proprio. Divenne così tirchio che si guadagnò il soprannome di Avarone.

Un giorno riuscì a concludere un grosso affare, ingannando un amico in difficoltà, comprando ad un prezzo ridicolo un enorme campo in cima a un monte nei pressi di Cusio. Dopo averlo ispezionato però la gioia si tramutò subito in blasfemie e imprecazioni di incredibile qualità e assortimento: i terreni erano inutilizzabili, poiché ricoperti di pietre.

Tra una bestemmia e l’altra gli capitò di urlare che avrebbe persino venduto l’anima al diavolo pur di liberare l’appezzamento. Detto, fatto. Come nei migliori horror anni ’70, in una nuvola di fumo apparve il Diavolo, con corna, zampe caprine e una lunga barba fiammeggiante. Dopo avergli comprato l’anima e stretto vigorosamente la mano, apparvero un centinaio di creature demoniache, lavoratori infernali, che con grande industria e abilità ripulirono la terra dai calcinacci. Probabilmente si lasciarono prendere un po’ dall’entusiasmo del lavoro, perché distrussero la zona rendendola completamente sterile.

È a questo punto che Avarone si rese conto di aver commesso un grosso errore. Senza mai voltarsi corse fino alla chiesa del paese, suonando le campane finché anche l’ultimo demone non fu scomparso.

Non si sa quale fine spettò ad Avarone, senz’anima e toccato dal maligno, però il monte fu chiamato Avaro, in sua memoria. Da quel momento non furono in molti a reclamarne la vetta, perché ormai corrotto, maledetto. E ancora oggi la gente evita quei prati, dove anche il più puro di cuore faticherebbe a resistervi, per più di pochi istanti.

9 Novembre 2016
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