Chiacchiere

Cari giornalisti musicali, non ci sono soldi per voi

29 Settembre 2016

Sono stato al MEI di Faenza e mi sono imbucato all’incontro sugli Stati generali del Giornalismo Musicale, una serie di tavole rotonde di addetti ai lavori che hanno discusso diversi argomenti sulla professione di giornalista, nel campo musicale e artistico.

Tra di loro c’erano delle colonne portanti del giornalismo musicale italiano, persone che hanno trascritto la storia della musica degli ultimi quarant’anni e che sono cresciuti in un periodo in cui le riviste esistevano e si vendevano, abituati a considerare questa una vera professione retribuita degnamente.

Cose che oggi ci sembrano impossibili.

Nutro profondo rispetto e stima per la carriera di queste persone, ma ad essere onesto devo dire che per questioni anagrafiche ho una visione del mondo distante anni luce dalla loro, che purtroppo o per fortuna è ormai lontana anche dalla realtà.

Premetto subito che io non mi considero e non aspiro al titolo di giornalista, e che non so bene cosa sia un blogger e quindi non mi sento tale, ma che certamente tra le due definizioni, se fossi obbligato a scegliere, turandomi il naso preferirei quest’ultima, visto che della categoria dei giornalisti non ho più stima che di quella dei politici o dei magistrati.

So che dopo essermi inimicato parecchi musicisti ora probabilmente mi metterò contro ancor più giornalisti, ma è pur vero che il mondo in cui viviamo, che vi piaccia o no, è cambiato, e che l’editoria è stato forse uno dei settori più colpiti da questo cambiamento. Pensare di continuare a ignorarlo produce solo frustrazione e rende ciechi alla realtà, e alla fine ce la si prende con le persone sbagliate, come quei giornalisti che ce l’hanno con chi scrive sulle webzine, oppure come i fotografi che se la prendono con i ragazzini che comprano la reflex al supermercato, o con Kevin Systrom perché ha fondato Instagram.

Le riviste sono scomparse negli ultimi 15 anni

In breve: ad un certo punto è arrivato internet e le riviste non si sono più vendute. Perché? Semplicemente perché la maggior parte di noi non è più disposta a pagare per accumulare tonnellate di carta. Su internet c’è tutto quello che ci serve per intrattenerci e per approfondire tutti gli argomenti, ed è tutto disponibile in tempo reale. Ed è gratis!

Non c’è un colpevole per questo, semmai c’è qualcuno da ringraziare eternamente per aver sviluppato la tecnologia che ha permesso a chiunque di diventare autore ed editore e di poter raggiungere tutto il mondo a costo praticamente zero. Quello che stiamo vivendo è quanto di più si sia avvicinato al concetto puro di libertà di espressione, in tutta la storia dell’uomo.

Purtroppo è accaduto anche qualcos’altro, del resto se fosse stato solo per l’avvento di internet le riviste si sarebbero semplicemente spostate sul web, cogliendo le nuove occasioni offerte dalla multimedialità, con il vantaggio oltretutto di non dover più sostenere i costi di stampa e di distribuzione, ma continuando ad incassare soldi grazie alla pubblicità.

E quindi tu scrivi per passione, eh?

La vecchia guardia di giornalisti professionisti con la barba bianca, insieme a quei disadattati del gruppo Giornalisti italiani su Facebook, sentenziano che internet è il male (scrivendolo su Facebook ovviamente) perché ha permesso ad ognuno di noi, chi più e chi meno bravo, di mettersi davanti a una tastiera per scrivere la sua opinione sui più disparati argomenti, commettendo anche il peccato mortale di pubblicarli senza pretendere un soldo.

Loro sono convinti che siamo stati noi a svalutare il loro lavoro, si sono visti ridurre i loro compensi e si sono messi in testa che sia stata colpa dell’eccesso di offerta di manovalanza gratuita.

Ma se un professionista si sente minacciato da qualcuno che gli fa concorrenza lavorando gratuitamente e per passione, forse è lui il primo a credere che il suo lavoro non valga niente.

Non è che siete troppi, è che non ci sono guadagni

Il meccanismo si è inceppato quando il sistema pubblicitario su cui si basava il modello di business degli editori è crollato, implodendo su se stesso come un edificio demolito con la dinamite.

Il primo banner pubblicitario sul web è comparso il 27 ottobre 1994 ed è costato all’inserzionista (AT&T) la bellezza di 60.000$, generando un CTR del 30% (significa che ogni 100 persone che lo hanno visualizzato, 30 ci hanno cliccato sopra).

Oggi, 22 anni dopo, il CTR medio di un banner è dello 0,05% e secondo me sono quasi tutti clic fatti per sbaglio. La pubblicità sul web sotto forma di banner è clinicamente morta, ecco perché la maggior parte di voi scrive gratis.

Non perché ci siamo noi che ci sfoghiamo sul nostro sitarello senza pretendere di essere pagati, ma perché la vostra industria non sa più da dove cavare i piccioli.

Gli editori non sono ancora stati in grado di trovare un modello alternativo che sia sufficientemente redditizio per far girare la baracca come prima, e anche con le forme pubblicitarie alternative a quelle tradizionali, come il native advertising, sopravvivere in un settore come quello musicale e culturale italiano è estremamente difficile.

Se la macchina girasse bene economicamente i più bravi e motivati tra coloro che oggi scrivono gratis diventerebbero professionisti, i professionisti si farebbero pagare come prima e i peggiori o i meno motivati tra quelli che oggi scrivono gratis, continuerebbero a farlo gratis sul loro blog, ad uso e consumo dalla loro fidanzata, dalla madre e dalla zia, con buona pace per tutti gli astiosi parrucconi.

Stiamo parlando di quella che forse è la sfida più grande di questo secolo, ed evidentemente non ho io la soluzione visto che continuo a girare con un’Opel Agila scassata.

Mi piacerebbe però non dover più ascoltare le invettive di sedicenti professionisti contro dei dichiarati dilettanti allo sbaraglio, né le minacce di denuncia dei signori iscritti a quell’organizzazione antistorica chiamata Ordine dei giornalisti contro tutte le testate online non registrare in tribunale.

Mettetevi l’anima in pace, non si torna indietro. O, se preferite, denunciateci tutti a cominciare da me, tanto non cambierà niente comunque.