Musica

Ho dimenticato di togliere il cappotto: il devastante principio dei Pugni nei Reni

11 Gennaio 2016

Il sudore mi cola addosso e mi impregna la camicia tanto da inzupparla, eppure sono stato praticamente fermo. Sarà ormai penetrato attraverso gli strati di vestiti fino al cappotto doppiopetto di lana nera che ho ancora addosso.

Cala il buio. Silenzio.
Partono gli applausi.

Seguo a ruota la sequenza sincopata di battiti di mani appena mi rendo conto di averne ancora due attaccate alla fine delle braccia, mentre pian piano riprendo possesso di tutti i miei nervi, di tutti i muscoli e di tutti i pezzetti del mio corpo, indolenziti come quando si addormentano per il poco afflusso di sangue dovuto a posture scorrette.

Davanti a me c’è solo un palco con due persone sopra, anzi, con due miei amici sopra.

Cos’è appena successo? È come se per un’ora abbondante (o forse mezzora, o forse due ore, o forse pochi minuti, chi cazzo lo sa!) fossi stato da un’altra parte, dimenticandomi il me fisicamente tangibile in piedi davanti ai due musicisti, per poi tornare a riprendermelo solo alla fine del concerto. Eppure la gastrite e il reflusso gastrico mi stanno distruggendo al punto di avermi convinto a non toccare alcol, quindi sono sobrio.

Pugni nei reni, pugni in faccia, botte ovunque

Sono nella saletta concerti dell’Edoné e sono appena tornato da un giretto in uno spazio dove non c’era nulla, neppure un punto di riferimento per capire quante dimensioni avesse, forse una, forse tre o forse cento, ma non importava perché ero guidato dai Pugni nei Reni, con al seguito tutti gli altri presenti in sala.

Ricordo che prima della partenza c’era un count down proiettato sul muro bianco dietro al palco, e quando ha toccato lo zero sono stato sbattuto in mezzo al nulla che i Pugni nei Reni hanno riempito di niente in modo magistrale. Un niente continuo, senza vuoti in mezzo, che è stato bellissimo dall’inizio fino alla fine.

Non è la loro prima esibizione che vedo, non è il primo concerto dei Pugni cui assisto ma, cazzo, mentre li guardo penso che è come aver avuto davanti agli occhi ogni giorno un grosso macigno di marmo grezzo, e rendersi conto ad un certo punto che lo scalpello di un maestro lo ha tramutato in una statua. Tu ci passi davanti sempre e ogni giorno quell’inutile pietra rivela qualche nuovo dettaglio, finché un dì non la guardi e pensi che di quel masso ricco di asperità e di impurità non c’è più nulla. Ora è una statua liscissima che ti riflette la luce in faccia e ti acceca stordendoti per un attimo.

Ecco, quel giorno per me è arrivato l’8 gennaio 2016, quando i Pugni nei Reni hanno presentato il loro primo videoclip del singolo Risposte di circostanza alle domande esistenziali di Jane Fonda, estratto dall’album Bello, ma i primi dischi erano meglio, che verrà presentato il 27 febbraio al Joe Koala.

Non si offenderà nessuno se scrivo che i Pugni nei Reni hanno usato la pianola – perché di vera pianola si tratta! – insieme alla loop station per trasportarci in fretta e furia in quel posto sconosciuto, facendo un uso sapiente e ben bilanciato di entrambe, senza eccedere mai e dosando la portata dei suoni così bene da renderci costantemente brilli senza ubriacarci mai.

Dall’inizio alla fine ho visto la mano di Sara Zangarini proiettata sul fondo del palco, mentre disegnava su un foglio di carta quello che i Pugni nei Reni stavano disegnando nell’aria, cambiare colore dal rosa pallido della carne al rosso vivido di un arto irrorato di sangue perché spremuto da uno sforzo costante, fino al viola di chi sta per perdere tutto il braccio.

Tre scene diverse, tre disegni diversi. Poi il buio. E io che mi rendo conto che ci saranno trenta gradi lì dentro e ho ancora addosso il cappotto. Il cappotto, cazzo, il mio corpo, il caldo. Me ne ero completamente dimenticato.

Ci si vede il 27 febbraio, al Joe Koala.

Si ringrazia: Christian Paganelli, Giacomo Fadini, Sara Zangarini, Stefano Piazzoli, Elisa Beretta, Alez Neverland e Marco Nicoli di #hashtag. (organizzatori della serata), Edoné e tutti i suoi straordinari soci.