Chiacchiere

Francesca Zigrino: tatuatrice indomabile

3 Marzo 2017

Così come non si può intervistare qualcuno di cui si ignora la storia, vi assicuro che è altrettanto difficile intervistare qualcuno cui si è molto vicini.

Questa volta ho intervistato probabilmente la più vecchia dei miei amici, perché anche se l’ho conosciuta relativamente tardi, quando mi avvicinavo già alla maggiore età, è forse una delle poche persone la cui amicizia è sopravvissuta fino ad oggi.

Ed è sopravvissuta nonostante diverse vicende, a cominciare dalla fine della nostra relazione (ebbene sì, erano i tempi delle superiori e dei primi esami all’Università), passando per due anni in cui non ci siamo rivolti la parola a causa di una delle mie ben note polemiche pubbliche.

Ma come tutte le storie che val la pena raccontare, nonostante tutti questi inceppi e rimodellazioni continue, a volte anche drastiche, migliora di anno in anno.

Oggi vi presento Francesca Zigrino, tatuatrice, artigiana, artista, grandissima testa di cazzo e persona con cui ho un legame profondo che, non posso negarlo, spesso è causa di attriti nelle precarie relazioni che vivo ai giorni nostri. Ma vaffanculo, chi non capisce e accetta questa amicizia, non può capire e accettare me.

Cos’è cambiato negli ultimi dieci anni nella tua vita?

Di base nulla. Come persona penso di essere la stessa, solo con consapevolezze diverse: ovvero che a grandi linee le persone sono false e pensano solo a se stesse. Quindi oggi penso a me stessa più che agli altri.

Prima invece pensavi agli altri?

Bah, dai tanto a persone che non meritano. Poi col tempo impari a riconoscere chi merita.

Ci sono anch’io tra quelli che non meritano ovviamente

No, che meritano, infatti un sacco di cene vegane gratis te le sei fatte. Con annessi postumi della cena vegana.

Dieci anni fa hai fatto il Liceo Artistico, volevi già fare la tatuatrice?

La vuoi smettere di dire 10-anni-fa? No comunque, non sapevo nulla.

Cosa pensavi di voler fare?

Niente, non lo sapevo cosa volevo fare. Sono stata trasportata dagli eventi. Quello che mi va di fare in un certo momento, lo faccio.

E quando ti è andato di iniziare a tatuare?

Quando mi sono laureata in grafica, non volevo stare a lavorare tutta la vita da Pimkie, non volevo fare la grafica perché i grafici sono sottopagati, sfruttati e fanno cose noiosissime…

Stai tutto il giorno seduto in un ufficio davanti a un computer, e se puoi fare cose creative è raro. Di solito passi le giornate a ritagliare fotografie, son cose ripetitive e noiose.

Tanti miei colleghi sono andati a Londra a lavorare, ma non mi piaceva più l’ambiente e non ero più ispirata.

Nel frattempo vedevo che i tatuatori avevano la possibilità di guadagnare bene, viaggiare (fondamentale) e fare quel cazzo che vogliono, quindi ho deciso che avrei voluto fare quel cazzo che volevo.

Ho incontrato degli… ostacoli… sul fattore “faccio quel cazzo che voglio”.

Perché?

Perché le persone vogliono che fai quel cazzo che vogliono loro.

O la risposta diplomatica è perché lavori con persone che magari hanno visioni diverse della tua vita.

Frega ‘n cazzo della risposta diplomatica, la risposta vera qual è?

La risposta vera è che quando qualcuno ti insegna qualcosa o quando qualcuno ti dà contatti lavorativi pensa di essere in diritto di decidere quello che puoi o non puoi fare.

E no, non è così. Se io voglio andare a lavorare a Bolzano, vado. Non sono dipendente di nessuno, devo rendere conto ovviamente agli altri per il rispetto, però per il resto solo a me stessa, quindi non devono rompere il cazzo.

Rispetto è una parola che si sente tanto nell’ambiente dei tatuatori. Che significato ha per loro?

Dipende. C’è chi pensa che il rispetto sia lavorativo, quindi non andare a pestarsi i piedi nella stessa zona. Cosa che tra l’altro non ha neppure senso perché il tatuatore oggi è un personaggio che si sposta e viaggia molto, quindi non ha senso dire “no, tu non lavori a Milano per rispetto”, cioè… ‘stocazzo, a Milano ci sono migliaia di tatuatori.

Io quando parlo di rispetto parlo di rispetto a livello umano, cioè quello che provo per un tatuatore che ha cinquant’anni di esperienza. Ed è lo stesso che posso mostrare nei confronti di una persona qualunque, di un mio cliente, e pure di un mio cliente che mi sta sul cazzo magari, o di un mio cliente che non mi sta sul cazzo ma che mi ha cagato il cazzo, oppure di un tatuatore che non stimo perché non mi piace come atteggiamento. Però lo rispetti, perché è una persona.

Ovviamente se poi meritano gli schiaffi in faccia, glieli devi dare.

Il detto “diventa talmente bravo che nessuno potrà ignorarti” funziona anche nel tatuaggio?

Per me sì.

Infatti credo che oltre a non poterti mai mettere in ombra, non verranno neppure a romperti i coglioni. Perché tu sei lì grazie al lavoro che fai, la qualità dei tatuaggi e il livello che hai raggiunto, non grazie a qualcuno che ti ha messo da qualche parte.

Quindi quando arrivi a un livello tale per cui sei nella condizione di non farti rompere i coglioni, e oltre a non farti ignorare da nessuno vieni anche invitato e c’è gente che ti viene a salutare perché ti stima artisticamente, allora hai vinto.

L’importante è arrivarci senza leccare troppi culi, o senza leccarne nemmeno uno. Perché se li lecchi è un casino. Devi favori alla gente, e quando devi favori alla gente in quell’ambiente lì te lo fanno pesare.

Come mai funziona così nel tatuaggio?

Una persona mi disse che funziona così nel tatuaggio solo in Italia, e io credo sia così. Non ho esperienza di lavoro all’estero, però lui sì, e nell’ultimo periodo ho visto come funziona un po’ più da vicino. Non è tanto che faccio le convention più importanti e non è tanto che ho contatti con gente un po’ più conosciuta, e qua in Italia funziona così.

Non ci sono convention organizzate dai tatuatori?

Sì, Bologna. Che io sappia solo questa.

Come mai?

Perché i tatuatori tatuano, non hanno sbatti di organizzare convention.

Ci sono vari tipi di tatuatori però, come ci ricorda il buon Giovanni Speranza (tatuatori cantanti, tatuatori promoter e pure tatuatori pagliacci, Cit.)

Vero, giusto. Quelli che dice Giovanni però sono tatuatori che aggiungono un pizzico di pepe. Quindi magari fanno il tatuatore businessman e invece che tatuare usano il loro tempo per organizzare corsi, aprire università o qualsivoglia cosa.

Se tu vuoi fare solo il tatuatore il tempo lo devi utilizzare per fare ricerca, disegnare e tatuare. Non hai tempo per fare altro.

Se vuoi organizzare una convention devi avvalerti di una mano, però ti devi sbattere tanto. Quindi no, i tatuatori di norma partecipano alle convention, non le organizzano.

E ora c’è da dire, perché un tatuatore dovrebbe partecipare a una convention? Non te lo sei mai chiesto? Io sì.

Com’è cambiato il tatuaggio negli ultimi 10 anni?

Non ne ho idea. Da quello che so, è cambiato.
Posso dirti come è cambiato negli ultimi sei anni, visto che lo faccio da questo tempo. E in realtà non è cambiato, perché è sempre stato in crescita in questi sei anni.

Sei anni fa mia madre non pensava di tatuarsi, ad oggi lo prende in considerazione. Sei anni fa non le piaceva l’idea di avere una figlia che fa questo lavoro e mai e poi mai si sarebbe tatuata.

Quindi trovo che se una donna di cinquant’anni cambia idea nel giro di sei anni vuol dire che è cambiata la questione.

Sicuramente c’è molta più gente che si tatua.

Tu non lavori più in uno studio fisso e vai a zonzo per l’Italia (per ora), com’è?

È faticoso, però è stimolante.

Non è più stimolante che stare in studio, può essere stimolante anche stare in un posto fisso. Però quello che ho capito in questi sei anni è che io personalmente non sono fatta per stare troppo tempo nello stesso studio, quando vorrò stare nello stesso studio tutti i giorni per tutto il giorno vorrà dire che sarà il mio.

Quindi quando deciderò dove voglio stare mi aprirò il mio studio e ci starò, basta.

Pensi che aprirai uno studio quindi?

Prima o poi sì.

Prima o poi, non saprei dirti dove e neanche quando, però so che mi piacerebbe. Starò tranquilla da qualche parte a tatuare, quando mi stuferò di girare. Ma senza smettere di girare completamente, magari facendolo semplicemente un po’ meno, perché è bello andare a fare uno scambio con i colleghi, o anche solo staccare un po’.

È bello, e questo lavoro ti dà la possibilità di farlo.

Rimanendo in tema di girare, partirai a breve

Fra due settimane (in realtà è partita l’altro ieri tre giorni fa, fottuti ritardi di pubblicazione, Nda).

E dove vai?

Alle Isole Cayman. C’è una persona che raggiungo là, non ho impegni lavorativi imminenti, non ci sono convention che mi interessa fare, o che posso fare nei prossimi tre mesi.

Avevo la possibilità di stare in vacanza alle Cayman e sono stata contattata da una tizia che ha uno studio e mi ha chiesto se posso fermarmi un po’ a lavorare e io le ho detto di sì. Sono ai Caraibi e non posso dirti di no, sarei una stronza a dirti di no.

Non ho mai vissuto all’estero, ho sempre vissuto in Italia e in Lombardia, se non si parla di vacanze.

Sei preoccupata?

Mmm no. Un po’. Perché io sono una che si fa prendere dall’ansia, ma penso che sarà easy. Sei ai Caraibi cristo, non puoi farti prendere dall’ansia. No.

Non è come andare a Milano tutti i giorni nel traffico. Sei lì, vai al lavoro in bici e hai il mare davanti. Non può essere stressante. Non ci possono essere problemi che siano difficili da affrontare.

Però è bello, non mi sarei mai immaginata di andare a lavorare ai Caraibi.

Come di fare la tatuatrice…

No, infatti. Però a volte mi capita mentre sto facendo cose, mentre lavoro, che mi sento esattamente dove dovrei essere. Non so se hai mai provato questa sensazione, a volte mi capita. Spesso ultimamente, in realtà.

Sto esattamente nel punto giusto, a fare la cosa giusta.

Per esempio ieri è tornata una signora che avevo tatuato esattamente un anno fa. In quel periodo mi stavo per lasciare con Marco, era proprio la settimana top prima della rottura, e ne ho parlato con lei. Mi ricordo che mi diceva cose che io sapevo benissimo ma che non riuscivo a mettere in pratica.

È tornata dopo un anno, tra l’altro per caso perché il mio cliente maniaco che doveva venire mi ha paccato e per caso ha chiamato lei. Le ho raccontato l’ultimo anno e mi sono sentita come quando hai una connessione particolare con le persone, e ti indirizzano nella giusta via.

Eh lo so che sono psicopatica, però io credo che sia importante lo scambio personale con i clienti.

Quanto conta l’idea che ha il cliente del tatuaggio che vorrà avere rispetto a quella che hai tu? In fondo lui è il committente, ma l’artista sei tu…

Non siamo artisti. Siamo artigiani.

E cos’è un artigiano?

Un artigiano è una persona che sa fare un mestiere, con anche delle skills artistiche per l’amor di Dio. Ha delle capacità manuali e le mette in pratica su un cliente, e fa quello che vuole lui ovviamente.

Però la differenza è che il committente ti sceglie, quindi si mette nelle tue mani.

Quindi Michelangelo era un artigiano, quando ha fatto la Cappella Sistina?

Anche, credo. Ma è diverso. Il nostro è un lavoro artigianale, non è un lavoro artistico.

Cambia, una lavoro artistico è un lavoro che viene da te. Io a volte dipingo, è una cosa che io decido di fare, io decido il supporto, io decido il soggetto, io decido cosa voglio esprimere e come farlo.

Quando qualcuno ti dice cosa devi fare sulla sua pelle non è la stessa cosa.

Poi ci sono tatuatori a cui se dici “fai quello che vuoi” sono strafelici, io no. Voglio che mi dici cosa vuoi, perché è la tua pelle, saprai quel cazzo che vuoi. Io magari ho le mie cose da esprimere e farei nodi infiniti a tutti, poi glielo dici che vuoi far quello e non gli va bene, ma allora lo sai quello che vuoi. È diversa l’arte.

Per me l’arte è altro. La fai tu, se poi la gente ti apprezza e te la commissiona ben venga, però non ti può dare tanti vincoli, l’arte non è fatta di vincoli.

Ed è così per tutti i tatuatori?

No. Ci sono quelli convinti di essere artisti, e se la sentono proprio e ne sono convinti, ma per me non è così. A parte che quando sei artisticamente apprezzato sono gli altri che apprezzano la tua arte, non sei tu che ti autoproclami artista, perché se no sei artista pure tu, guarda qua (indicando la mia cucina in stato pietoso).

Hai la fama di essere una persona fredda, spaccacazzo, giudicante e altre cose altrettanto apprezzabili. È tutto vero?

Fredda, ci sto lavorando. Lo sono, non è facile dare spazio a effusioni sentimentali.

Spaccacazzo lo sono, e giudicante anche. Come tutti. Chi su questa terra non è giudicante? Poi tu cristo, tu non sei giudicante?

Credo di essere nella norma. Non è che giudico la persona, giudico se per me ha senso dare spazio e tempo a una persona che non mi interessa.

C’è gente che è ancora convinta che io e te andiamo in giro per il mondo, ai Festival per esempio, e scopiamo. Chiariamo questa cosa una volta per tutte che mi sta creando dei problemi?

Sì, effettivamente tanti mi han detto “sei tornata con l’Andrea”. No. Solo che le persone non capiscono che si può avere anche un’amicizia.

Persino mia madre. Quando mi sono fatto tatuare da te mi ha detto che le donne mi rincoglioniscono il cervello

Questo è vero.

Sì, è vero, ma non c’entrava nulla in questo caso…

Tua mamma pensa che io ti abbia obbligato a tatuarti insomma. Vabbé tua mamma la salutiamo e… no.

Non sono stata io ad obbligare il tuo pargolo, ma di sua spontanea volontà si è avvicinato a questo mondo e ha deciso di voler andare all’inferno anche lui.

Andremo all’inferno?

Ovviamente sì.

No, non è vero, non esiste l’inferno secondo me. E neanche il paradiso. Perché io non credo in Dio e non credendo in Dio non credo nemmeno a Satana e all’inferno e al paradiso.

Perché io credo, ci provo almeno, di essere coerente con me stessa. Tanta gente non lo è.

Peccato, l’inferno mi sembrava un posto molto divertente

Fa molto caldo per te. Non è il tuo posto.

Comunque io ho un amico che diceva che le donne incinta fanno schifo. Poi ha messo incinta la sua donna. Breve storia triste.

È solo per spiegare che mia madre mi ha insegnato quando avevo quindici anni “mai dire mai”.

Andavano di moda i pantaloni a vita bassa, ma bassa bassa, e lei mi prese un pantalone leggermente più alto. E io, al top del mio rompimento di coglioni a quindici anni, ero incazzata nera “noo che schifo non li metterò mai”. Mi madre mi guarda e dice “mai dire mai Francesca”.

Tant’è che ora porto i pantaloni a vita alta e mi fanno cagare quelli a vita bassa.

Quindi io vorrei dire ai miei amici, ai miei fans e ai miei nemici: mai dire mai. Perché prima o poi incinta qualcuna ci rimane.

Se non avessi fatto la tatuatrice cosa avresti fatto?

Non lo so. So solo che se fossi rimasta da Pimkie sono sicura che oggi non sarei lì a fare la commessa. Sarei diventata responsabile di negozio o capo area. Ce l’ho sempre fatta con le mie forze e non ho bisogno di nessuno. A parte per andare alle Cayman.