Musica

I Pink Floyd a Venezia, trenta anni fa

17 Luglio 2019

È il 15 luglio 1989. In Italia le cinture di sicurezza sono obbligatorie da poco più di un anno, il casco in moto da tre. A Napoli hanno già inventato la maglietta con la striscia nera disegnata, per far sembrare alla Polizia che stai indossando la cintura anche se non ce l’hai.

La benzina costa 1.300L al litro, più o meno 67 centesimi di oggi.

Sono da poco avvenuti i fatti di Piazza Tienammen e mancano quattro mesi alla caduta del muro di Berlino.

In radio passano la Lambada, Like a Prayer di Madonna, ed è da poco entrata in classifica I want it all dei Queen.

Al cinema proiettano L’attimo fuggente con Robin Williams.

E a Venezia sta per andare in scena uno dei 10 concerti più belli di sempre: i Pink Floyd in piazza San Marco, o meglio, su un palco galleggiante largo 50 metri e ancorato di fronte alla piazza.

L’idea di Fran Tomasi, il promoter, è quella di riprendere la tradizione veneziana che già nel ‘700 vedeva i musicisti dell’epoca suonare da piccole zattere in mare.

Il concerto è costato più di un miliardo di lire e vede oltre 200.000 persone presenti a Venezia, con 100 milioni di spettatori in mondovisione. I Pink Floyd riescono a vendere lo spettacolo in America in Pay per view, a 10$ a testa. Raccolgono 27 milioni di spettatori. Tutto ciò mentre in Italia Mediaset sta ancora battagliando contro il monopolio della RAI, che finirà solo un anno dopo grazie alle liberalizzazioni della legge Mammì.

I Pink Floyd si presentano all’ultima tappa di un Tour che prima di Venezia tocca l’Arena di Verona, Monza, Livorno e Cava dei Tirreni. Hanno pubblicato da due anni il primo controverso album senza Roger Waters, A momentary lapse of reason, che arriva dopo l’ultimo disco dei Pink Floyd con la formazione completa di Roger Waters, The Final Cut del 1983.

A Venezia le forze dell’ordine arrivano alle 5 del pomeriggio dello stesso 15 luglio. Non ci sono nemmeno i bagni chimici perché sono stati giudicati antiestetici dalla Soprintendenza. Venezia è abbandonata a se stessa.

Il concerto inizia e i Pink Floyd si esibiscono per 90 minuti con un’acustica scadente, anche per colpa dei limiti di volume imposti dalla Soprintendenza, ma non importa niente perché la cornice del concerto lo rende comunque perfetto. David Gilmour è costretto dalla RAI ad accorciare gli assoli di chitarra, per accordarsi ai tempi televisivi e riuscire così a infilare la pubblicità tra un pezzo e l’altro.

Alla fine dello spettacolo verranno raccolte 300 tonnellate di spazzatura. Anzi no, alla fine dello spettacolo nessuno raccoglierà niente, infatti passeranno due giorni prima che qualcuno si degni di pulire Venezia, così da dare il tempo ai fotografi e ai reporter di raccontare quell’inferno in Piazza San Marco.

Nonostante tutto non ci sono incidenti gravi. Nessun ferito, nessun morto, nessun danneggiamento irreparabile. L’unico danno è una scritta di pennarello su una colonna, e la vetrina sfasciata a un bar. Qualcuno aggiunge che è un bar che vendeva l’acqua a 10mila lire a bottiglia, come se questo giustificasse in qualche modo il gesto.

Il concerto dei Pink Floyd a Venezia fu certamente uno scontro politico, sia sul fronte del No, ma anche, bisogna dirlo visto che si tende a dimenticarlo, sul fronte del Sì: questa data doveva infatti essere l’evento-biglietto-da-visita in vista della candidatura di Venezia a Expo 2000, che si è poi tenuto ad Hannover.

Fu un concerto Rock, se per “rock” oltre al genere musicale intendiamo quell’attitudine necessaria per profanare il sacro e sacralizzare il profano. Quella necessità di mettere in discussione ogni divieto.

Per una volta andò bene. Meglio non ripetere però.