La Cassa da Morto del Diavolo - Andrea Lombardi
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La Cassa da Morto del Diavolo

Il mestiere del becchino è il secondo più antico del mondo, ma non per questo meno importante. Ad Almè, il Diavolo in persona mostra la sua splendida creazione lasciando tutti senza fiato. E senza vita.

La Cassa da Morto del Diavolo

Tutti hanno paura di qualcosa. Vampiri, licantropi, alieni e svariati altri mostri possono giustificare una profonda ossessione. Mai avresti pensato di doverti nascondere da una grande cassa da morto.

La Caccia Selvaggia, famosa in tutto il territorio europeo, è un corteo notturno pieno di fantasmi, folletti, fate e altri esseri soprannaturali. Questa grande festa demoniaca, molto meglio dei concerti dei Pooh e più chiassosa di una partita di tamburello, ha sempre un condottiero che accompagna la diabolica processione, in luoghi solitamente isolati ed impervi, alla ricerca di anime e altre prede succulente.

Nel fortunato caso di Bergamo toccò proprio al Diavolo in persona accompagnare il gruppo, trascinando una splendida cassa da morto, in mogano laccato scuro con bordi in castagno, esperta saldatura a freddo e splendidi intarsi tipicamente infernali (chiunque sarebbe andato fiero di quel catafalco). Il nostro signor Satana si portava appresso decine di segugi demoniaci, famosi per i loro latrati a 200 decibel che tutti sentivano chiaramente nelle notti tempestose, con il quale trascinava il feretro, bruciando e abbattendo tutto ciò che gli si parava di fronte.

A tutti è capitato di sentire la marcia funesta, a pochi di vederla. Quasi tutti morti all’istante. Ma non Luigino, un ragazzo decisamente poco sveglio di Almé, conosciuto per la sua spiccata avversione all’intelligenza.

Quella notte c’era un forte temporale, tuoni e fulmini rompevano il sonno di tutti gli abitanti del paese, quando in lontananza si percepì all’improvviso un latrato tremendo. Tutti capirono subito di cosa si trattasse e si chiusero in casa senza la minima esitazione. Tranne Luigino, che nonostante fosse stato avvertito, decise di uscire sotto la pioggia per vedere, anche solo per un istante, la fonte di tanto rumore. Quel che vide fu insopportabile anche per il suo minuscolo cervello: orde di cani rabbiosi, neri e fumanti, con occhi vitrei e lingue di fuoco che vorticavano dalle loro fauci; quello che riconobbe come il Diavolo stava alla guida del convoglio, che trascinava un’enorme bara a velocità impressionante, simile a una valanga di fuoco.

Luigino tornò in paese sconvolto, coi capelli sbiancati e un aspetto cadaverico. Il parroco del paese, tale Don Gesualdo, stanco di tutto quel fracasso e del terrore degli abitanti alla prima goccia di pioggia, decise di stanare e sconfiggere una volta per tutte quella manifestazione maligna. Prese allora una bella scorta di acqua santa, un po’ di ostie esplosive e il rosario più grosso della parrocchia, pronto a stanare il maligno.

S’appostò tra gli alberi della valle, attendendo invano per giorni (causa meteo fallimentare), finché finalmente scoppiò un temporale. La diabolica comitiva non si fece attendere, accompagnata da scintille, fuochi e altre diavolerie pirotecniche. Don Gesualdo prese coraggio e, con una mossa decisa, cominciò ad aspergere l’acqua santa verso i malvagi avventori. La terra cominciò a tremare, rovesciando pietre e alberi, inghiottendo cassa, diavolo e branco di cani al seguito, tra perversi lamenti e rumori di ossa rotte.

Almè e i suoi abitanti furono finalmente liberi da quella maledizione; Gesualdo elevato al rango di eroe. Luigino invece crebbe e il trauma s’infittì, ammutolendolo irrimediabilmente. Bastava osservare i suoi capelli bianchi per capire che, nonostante non ci fossero più apparizioni, il maligno era sempre presente. E nelle notti di maltempo, tutti preferivano stare ancora chiusi in casa, con le orecchie tappate per paura di avvertire di nuovo quegli ululati strazianti.

11 Ottobre 2016
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