Musica

Con la musica non si mangia? Cambiate mestiere allora!

8 Febbraio 2015

Viviamo nel libero mercato. Non è propriamente vero, ma ci piace tanto ripeterlo. Diciamo che viviamo in un mercato molto poco libero, in un Paese che non lascia che pochissime libertà all’iniziativa economica e imprenditoriale, ma etichettiamo molto superficialmente questa condizione con la parola “liberismo”, contro cui poi ci sfoghiamo senza neppure averlo mai visto. Manco con il cannocchiale.

Fatto sta che per stabilire i prezzi con cui si vende e si compra qualsiasi cosa, dai prodotti ai servizi, si contratta. Sempre, anche quando non sembra perché i prezzi sono scritti con l’inchiostro, nero su bianco su un cartellino che non lascia apparente possibilità di replica. C’è sempre una contrattazione dietro, tra il “mercato”, e quindi tutti noi consumatori, e chi vende il prodotto.

Se il prezzo scritto sul cartellino non ci va bene cosa si può fare? Semplice, basta non comprare il prodotto, e chi lo vende sarà così obbligato ad abbassare il prezzo. Ed è esattamente quello che succede nella realtà.

E cosa succede quando abbassare il prezzo rende sconveniente produrre e vendere quel prodotto?

Succede che, siccome chi vende di solito non è lì per fare beneficienza ma per – giustamente – guadagnare, si smette di vendere quel prodotto.
Ci sono anche casi, ovviamente, in cui anche smenandoci si decide di continuare a vendere una determinata cosa, “sottocosto” come si usa dire, per le ragioni più disparate, ed è una libertà (solo parzialmente esistente, sappiatelo) che finora nessuno ci ha tolto. Libera scelta in (quasi) libero mercato.

Bene. Tutto questo pare sensato e ragionevole quando si parla di shampoo, di caramelle e persino di automobili, e allora perché non lo dovrebbe essere anche quando si parla di voi musicisti? O dei giornalisti musicali? Le regole del mercato sono le stesse, anche per chi anziché il bip della cassa fa suonare le pelli di una batteria.

Invece spesso sembra (anzi, a volte viene esplicitamente spiegato!) che il cachet di un gruppo venga deciso in base a quello che ogni musicista ritenga “giusto” ricevere per salire su un palco e suonare, quando invece dovrebbe essere il risultato di un ragionamento tanto banale quanto equo, ovvero: che beneficio economico, potenzialmente, posso portare al promoter che mi produce una data? Bene, una parte di questo, più o meno grande in base alla mia capacità di contrattare, sarà il mio cachet.

Ovvio che non si può certo chiedere di più, giusto? O meglio, si può farlo benissimo, ma la maggior parte dei promoter non scucirà un centesimo e finiremmo per vendere un prodotto a una cifra esagerata solo a qualche fesso sprovveduto. O a quei pochi che decideranno di rimetterci solo per sposare la vostra causa e farvi sostanzialmente beneficienza.

Questo ragionamento, che probabilmente colpirà molto nel profondo tanti di quelli che “così si mercifica l’arte e la cultura!!11” e via dicendo, non può essere in alcun modo accostato a quella bizzarra pratica di chiedere alle band “sì, ma porti gente?!”. Questo è un problema diverso, dovuto ad altre persone che ricoprono altri ruoli e che non sanno fare il proprio mestiere.

Il ragionamento corretto non dovrebbe essere “devo portare i miei amici e farli bere per 400€, così io ne posso chiedere 150 al locale” (anche perché se fosse così ti apriresti il tuo di locale, no?), significa invece pensare: “se il promoter è bravo e organizza e promuove al meglio la data, facendo tutto il suo lavoro per bene, quanto la mia prestazione gli farà potenzialmente guadagnare?”, stabilendo il proprio compenso a partire da questa cifra.

Sapete cosa vi dico? Che di locali che ospitano i live come un in più che non gli deve costare nulla ma gli deve solo portare guadagni (“tanto tu suoni e ti diverti”) probabilmente ce ne sono tanti, ma di musicisti che per il solo fatto di imbracciare una chitarra e darsi un tono da poeti maledetti pensando di avere il diritto di fare i mantenuti, con la società che paga la loro improduttività solo perché l’arte (ma quale poi?) è un bene intoccabile, ce ne sono certamente di più. Per fortuna non sono tutti così.

Perciò, se non riuscite a campare facendo i musicisti, sappiate giusto due cose:

primo, che non è detto che quello che fate non sia valido, non sto dicendo questo. Viviamo in un Paese che come ho detto all’inizio non premia l’iniziativa, anzi, tende a massacrare chiunque provi ad avviare un’attività, in particolare ha spremuto e continua a spremere quest’industria della cultura e dello spettacolo, con il risultato di soffocarla visto anche che non ha i numeri di altre attività economiche. Perciò è semplicemente dura, molto più dura che fare altri mestieri;

secondo, sappiate che il vostro non è l’unico lavoro duro, perché se un locale incassa 400€ in una serata deve: pagare i fornitori (tra cui ci siete anche voi!), pagare i dipendenti, pagare le utenze, pagare le tasse, pagare la siae e pagarsi il proprio stipendio, di solito proprio con quest’ordine di priorità.

Sicché, se non li valete, smettetela di chiedere X€ giustificandoli dicendo “sai, siamo in 4 e (X/4)€ a testa ci sembra il giusto”, perché a meno che non valiate davvero quei soldi il gioco non è sostenibile.

Una volta compreso questo, la scelta sta a voi. Volete suonare lo stesso, facendolo per piacere personale o perché pensate che ci sia spazio per crescere? Oppure volete rinunciare perché questa attività non paga a sufficienza e non vi va di metterci soldi e non avere un guadagno? Scelta vostra, legittima e insindacabile in entrambi i casi.

L’importante è che se decidete di suonare poi non chiediate recensioni.

Mi dispiace essere così crudo, sono consapevole del fatto che questo sia un settore vessato e svilito – come del resto tanti altri lo sono in Italia – e che lo scotto pesantissimo lo paghino in tanti, voi compresi, ma al contempo sono convinto che l’atteggiamento sbagliato e la cultura diffusa che ho qui descritto siano uno dei peggiori mali di questo come di altri mondi.

In bocca al lupo.