Musica

Moostroo: in lotta permanente con la fine improvvisa

22 Gennaio 2017

Ho avuto il piacere di fare un’altra chiacchierata con Dulco dei Moostroo e gli ho dato una nuova occasione per ricordarmi che faccio domande del cazzo. Non ho velleità da sociologo, semplicemente riconosco di non capire niente di musica e piuttosto che certificare pubblicamente la mia incompetenza, ho preferito ancora una volta lasciarvi nel dubbio discorrendo di cose più grandi di me, di cui ho ancora meno coscienza che del pentagramma.

I Moostroo sono usciti a novembre con il loro secondo album Musica per adulti, che fa seguito a “Moostroo”, il disco più suonato in tutta la provincia di Bergamo negli ultimi due anni. E lo so perché io c’ero quasi sempre.

Come mai Musica per adulti?

Abbiamo scelto questo titolo perché rispecchia la nostra condizione esistenziale.

Infatti avete detto che vi siete rotti il cazzo dei giovani…

Molto arrogantemente, ci sembra che abbiano poco da dire.

In questo disco ci siamo concentrati molto sul contenuto, che in realtà è poco critico e molto autocritico. Soprattutto dal punto di vista sentimentale.

Musica per adulti perché i testi sono importanti per noi e ci sembra che in questo periodo nessuno abbia niente da dire.

Sono solo i giovani a non aver niente da dire?

Quelli della mia generazione sono molto meno visibili rispetto alla generazione che ci segue, semplicemente per raggiunta età, nel senso che le responsabilità della vita impongono un ritmo tale per cui c’è poca occasione di manifestare se stessi.

Chi invece ha il tempo e l’energia per portare avanti qualcosa sembra che dal punto di vista contenutistico abbia gran poco da dire. Un po’ ci rammarichiamo di questa cosa.

Alla mia generazione, ma anche alla tua credo, è stato detto: “prenditi del tempo libero, anche se lavori 10 ore al giorno, e suona, dipingi, fai teatro…”, poi però alla fine, oltre allo sfogo, non hai un cazzo da dire. In più, se tutti parlano è come se non parlasse nessuno, o no?

Sicuramente sì, Facebook ne è la riprova. È anche un luogo comune, sto dicendo delle banalità, però è la realtà dei fatti. A livello psicologico Facebook riempie un sacco di vuoti, per cui quando senti il bisogno di esprimere un’opinione lo fai su Facebook, dura quei 3 pico secondi e poi svanisce, svapora.

Quindi non c’è tutto il tempo di maturare un’idea, di condividerla veramente, di costruirci intorno un’azione.

Sembro un vecchio bacucco che si sta lamentando.

No, mi sembri solo più rassegnato dell’ultima volta

Non lo so, coi giovani ci ho a che fare. Mi fanno un po’ tristezza, pena, li compatisco e un po’ mi arrabbio per loro, perché sono molli. Non protestano. Non protestano neanche in classe, io faccio il Professore e mai una volta che qualcuno mi dica “Prof. Lei è uno stronzo e questa cosa che sta dicendo mi annoia”.

È successo una volta con un ragazzo che poi è finito in comunità, perché la società probabilmente l’ha scartato.

Ma ‘sti giovani… chi sono?

Io ho scoperto cosa sono i giovani quando ho smesso di essere giovane. E ho smesso di essere giovane quando sono diventato padre. Finché non senti la responsabilità nei confronti della vita, per cui te ne fotti e vale tutto, allora sei giovane.

Uno può essere giovane ad 80 anni, ma nel momento in cui inizi a mettere al mondo una creatura le cose cambiano. È il carico di responsabilità che rende adulti. L’adulto è costretto, ma è anche il dono di essere adulti, a fare i conti con decisioni molto più terra-terra che però sono vitali, essenziali, tipo: chi lo porta a scuola? Chi lo va a prendere? Cosa gli do da mangiare? Cosa farà dopo l’asilo?

È questo secondo me che fa la differenza tra il mondo giovane e quello adulto. Musica per adulti è un titolo che rispecchia semplicemente la nostra condizione esistenziale, perché tutti e tre siamo diventati padri. E il contenuto del disco è un contenuto essenzialmente centrato “sul dentro”, abbiamo direzionato la nostra osservazione sul nostro mondo ristretto, per cercare di capire che cosa ci è successo.

In realtà poi il disco parla di amore, uno degli argomenti triti e ritriti della musica leggera, che noi abbiamo cercato di anatomizzare, con un certa cruenza, per cui ne abbiamo trattato nel bene e nel male.

L’amore verso le persone è l’unico tipo di amore che esiste?

È quello più potente. Si tratta di carne, non è roba platonica, parliamo proprio di materialità dell’amore.

Quindi non esiste l’amore verso qualcosa, ad esempio una propria creazione, o verso un progetto in cui si crede?

È difficile limonare con un oggetto.

Si tratta soltanto di limonare e scopare?

Io non direi “soltanto”. L’idea di coniugarsi fisicamente ad un’altra persona non è solo astratta, è il massimo della concretezza.

E poi la cosa interessante è che è conflittuale questa cosa, non puoi litigare con un oggetto. La relazione con una persona ti costringe a metterti in gioco e a mutare, a evolvere o regredire.

E l’amore verso l’arte, per un musicista ad esempio?

È più facile fare arte che amare una persona. Amare una persona è una scelta, non ti costringono ad amare, non ti capita, almeno a me non è capitato. Sicuramente può capitare, però non è il nostro caso e quindi non sappiamo darti una risposta.

E comunque esiste la filia verso la musica, l’affetto, l’attrazione. Non parlerei di amore nei confronti della musica.

L’amore di cui parliamo nel disco è un amore sentimentale. Non ci riferiamo ad una persona specifica, a volte è un ideale di persona e a volte una persona realmente esistita, però si parla proprio di relazioni sentimentali. L’aspetto emotivo della relazione di coppia, e non ci interessa se maschio-femmina, maschio-maschio o femmina-femmina.

Cosa ti può dare un rapporto conflittuale?

Confliggere con una persona significa prima di tutto mettere in gioco il tuo punto di vista verso il punto di vista di qualcun altro. Chi entra in conflitto vive, si espone. Chi non entra in conflitto è arreso. Oppure è bloccato, ha un impedimento, c’è qualcosa che confligge dentro di lui che gli impedisce di confliggere fuori.

Poi ho un’opinione nobile del conflitto. Secondo me il conflitto porta sempre a un cambiamento, perché puoi mettere un punto e decidere “ok, mi hai rotto i coglioni fino ad adesso e ora basta, fuori dai coglioni”. Elimini, fai pulizia, ti dai la libertà di prendere altre strade. Oppure, al contrario, le cose possono evolvere, per cui tu comprendi ciò che non avevi compreso e lo stesso può fare l’altra persona.

Poi non c’è matematica intorno a queste cose, si parla per esperienza. Io tendenzialmente sono una persona incline a rompere i coglioni, a me stesso in primis, e noto che nel tempo mi è servito per crescere.

Non trovi che oggi sia difficile mantenere un rapporto stabile?

Oggi i giovani mi sembrano più solitari, stanno meno in compagnia, compensati da altri gingilli che danno una parvenza di socialità. Ma all’atto pratico li vedo più solitari, più chiusi in loro stessi. Anche qui dico banalità.

Non so, mi fai sempre domande troppo difficili, non ti saprei rispondere, non ho questa capacità di analizzare la società contemporanea. Io vedo solo dalla mia prospettiva.

Lavoro in una scuola in cui c’è un livello di disagio molto alto, disagio diagnosticato tra l’altro: tante casistiche di supposti problemi relazionali, disturbi dell’attenzione, ecc. Mi sembra un po’ che da una parte si regalino le diagnosi come caramelle, dall’altra che le famiglie le cerchino perché deresponsabilizzano la famiglia stessa e caricano la scuola di responsabilità che servono semplicemente a compensare delle carenze.

Tutti siamo stati male, il malessere c’è. Non so analizzare la questione nel dettaglio, percepisco semplicemente che c’è un disagio diffuso quando i giovani stessi parlano della condizione giovanile. Ciò che viene fuori è che i punk in confronto erano dei dilettanti. Il “no future” è portato all’estremo, non c’è percezione di futuro, non c’è progettualità. Ci sono dei sogni e delle aspirazioni molte volte sovradimensionate, poco realistiche e tendenzialmente senza prospettiva e nessuna idea di progetto.

C’è una deriva generale che un po’ mi inquieta. La mia è una valutazione parziale e arrogante, e poi sembra proprio la valutazione di un vecchio bacucco che dice “ai miei tempi era diverso”, anche se ai miei tempi era una merda visto che Kurt Cobain ne è l’emblema e si è sparato in bocca, per cui…

Se sono così tra i 16 e i 18 anni non potrà solo che peggiorare?

L’identità di ciascuno di noi non è costruita da ciascuno di noi. Se continuano a dirti che sei una testa di cazzo, diventi una testa di cazzo. Se continuano a dirti che sei un incapace in questa materia, diventi un incapace in questa materia, perché non sei stimolato a cambiare.

D’altro canto penso che ci siano sempre occasioni di cambiare. Ciascuno di noi ha bisogno di avere dei riferimenti, perché il mistero fa paura e perché il nulla angoscia, diceva Sartre.

Quando sei di fronte al vuoto ti cresce un’ansia tale che si trasforma in angoscia, che è il sentimento del nulla. E non ha niente di positivo semplicemente perché non siamo addestrati a gestirla.

Nei momenti di rara lucidità che ciascuno di noi può avere, ci si rende conto che forse la postura ideale è quella dell’equilibrista. Io ho scelto Philippe Petit come riferimento esistenziale (il funambolo noto per aver camminato tra le torri gemelle), perché è in lotta permanente con la fine improvvisa, con l’imprevisto, cercando un equilibrio.

Trovi una centratura nel momento in cui riesci a trovare un equilibrio fra le grandissime soddisfazioni e le incredibili rotture di coglioni. Se tu riesci a gestire questa cosa puoi aspirare ad avere una vita semi-serena, altrimenti soccombi, ti rompi i coglioni tutti giorni, sei di umore nero e questo ha una ricaduta inevitabile dal punto di vista somatico e la tua aspettativa di vita si riduce.

Questo disco in qualche modo è in continuità con il precedente?

È come se nel primo disco avessimo posto una tesi, che era: guardiamo il nostro mondo ristretto, il territorio in cui viviamo.

In Musica per adulti guardiamo con la lente d’ingrandimento il punto esatto in cui siamo collocati.

Quindi l’ipotesi di un terzo disco è l’aspetto sintetico della faccenda, incazzarsi di bestia e sfogare a livello universale il proprio disappunto.

L’aspetto catartico del suonare e dello scrivere canzoni c’è tutto. Piuttosto che andare a sparare al poligono scriviamo canzoni. Pescare non sappiamo farlo e poi è noioso, il calcetto a me fa cagare anche se ai miei soci piace, ma non sono dei fanatici.

La musica invece è qualcosa di risonante a livello emotivo e se la fai è liberatoria.

Un grazie speciale a Macramé e a Luca Barachetti per aver reso possibile questa intervista.