Si alza il vento. Bisogna tentare di vivere - Andrea Lombardi
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Si alza il vento. Bisogna tentare di vivere

La storia di un ragazzo giapponese che voleva progettare aeroplani.
Una storia di passione, di sogni, di amore, di morte e di guerra.

Si alza il vento. Bisogna tentare di vivere

L’ultimo film di Miyazaki e del suo Studio Ghibli, Si alza il vento, è stato il protagonista di un evento speciale di presentazione al cinema, dal 13 al 16 settembre. È possibile tuttavia che per qualcuno non sia una novità assoluta, visto che già dall’estate scorsa si trovava in streaming sottotitolato in italiano!

Non mi permetterò di scrivere nemmeno mezza parola di recensione sulla pellicola, dal momento che è praticamente l’unico film di Miyazaki che io abbia mai visto. Mi sono limitato a raccogliere i pareri degli amici che mi hanno accompagnato al cinema, rimandando una più matura valutazione a quando avrò visto qualche altro pezzo della filmografia dello Studio Ghibli. Parafrasando Nanni Moretti, non parlo di cose che non conosco.

Preferisco, vista la mia affinità con il mondo aeronautico, parlarvi della storia raccontata in Si alza il vento: la storia di Jiro Horikoshi, ingegnere aeronautico giapponese che per la Mitsubishi progettò alcuni tra i più celebri caccia nipponici della seconda guerra mondiale, tra cui il temuto caccia imbarcato A6M Reisen, meglio conosciuto con il soprannome datogli dagli Alleati: Zero.

Lo Zero all’inizio della guerra era considerato il miglior caccia imbarcato del mondo. Dominò i cieli del Pacifico tra il ’40 e il ’43, grazie alla sue doti di manovrabilità e leggerezza, fin quando non fu surclassato dall’avanzamento tecnologico degli Alleati. Verso la fine del conflitto molti Zero furono usati in attacchi kamikaze, ma è errato pensare allo Zero come al simbolo di questa folle pratica. I kamikaze erano infatti piloti considerati “sacrificabili”, che venivano messi a bordo di aeroplani altrettanto sacrificabili e di costruzione economica, cosa che non erano certamente gli Zero, bensì alcuni modelli appositamente costruiti con vecchia tecnologia in legno e tela.

Questo aeroplano, che probabilmente è stato il più grande successo di Jiro, nel film si vedrà solamente di sfuggita, nella scena finale.

Nella pellicola compaiono altri due personaggi storici, sono l’italiano Gianni Caproni e il tedesco Hugo Junkers, due pilastri della storia dell’aeronautica mondiale.

Biplani, Si alza il vento

Il primo entra nella narrazione utilizzando un espediente, il sogno, e probabilmente (sottolineo il probabilmente, ricordate la mia ignoranza in merito?) rappresenta un po’ la voce di Miyazaki stesso all’interno del film. Ogni volta che Jiro si addormenta si ritrova nello stesso sogno di Caproni, il quale gli mostra i suoi nuovi progetti e gli aeroplani che sta costruendo in Italia, ricordandogli che la vita creativa di un uomo dura solo dieci anni, ed è in questo lasso di tempo che bisogna spremersi per dare il massimo.

Caproni era un ingegnere, un pioniere dell’aeronautica vissuto in un periodo storico in cui il volo non era altro che sperimentazione pura e intuizione. Essere dei costruttori aeronautici allora significava subire continui fallimenti che bisognava avere la forza di lasciarsi alle spalle, provando ad usarli come lezione per imparare qualcosa di nuovo e infine ricominciando tutto da capo. Senza nessuna garanzia di successo.

Il Conte Caproni progettò e realizzò aeroplani militari per entrambi i conflitti mondiali, ma il suo impegno e sogno è sempre stato quello di creare aerei per il trasporto civile, cosa che lo portò alla creazione del Caproni Ca.60 Transaereo, un gigantesco idrovolante dotato di tre coppie di ali e otto motori, che compare anche nel film di Miyazaki.

Idrovolante, Si alza il vento

Il secondo personaggio storico, Junkers, viene incrociato di sfuggita da Jiro quando fa visita ai suoi stabilimenti in Germania per conto della Mitsubishi, per ammirare e apprendere la tecnologia che proprio Junkers introdusse nell’industria aeronautica: l’uso del metallo – duralluminio – come principale materiale per la fabbricazione delle strutture aeronautiche.

Dalla sua industria usciranno modelli celebri come il Ju 87, meglio conosciuto come Stuka, un bombardiere in picchiata riconoscibile per la particolare configurazione alare ad ala di gabbiano e per il rumore agghiacciante che produceva durante le sue mortali picchiate, allo scopo di confondere e spaventare il nemico. Lo stesso suono tra l’altro è stato ripreso dai Pink Floyd alla fine della prima traccia di The Wall, “In the flesh?” (qui lo spezzone dei Pink Floyd, qui invece il suono vero).

Aeroplano, Si alza il vento

L’interpretazione della vita di Jiro Horikoshi, messa continuamente a confronto con la saggezza e l’esperienza di Gianni Caproni delinea l’anima di un progettista che è mosso dal sogno del volo e dalla passione per gli aeroplani, ma anche da quello che il volo rappresenta: una continua sfida a superare i limiti, la costante ricerca del miglioramento e, forse, della perfezione. Una trappola terribile per la mente, dalla quale è difficile uscire.

Volare e costruire aerei in quegli anni significava affrontare qualcosa di completamente nuovo e sconosciuto, senza poter apprendere nulla da un passato che non esisteva, perché veniva scritto per la prima volta in quegli stessi giorni.

In meno di cento anni il mondo dell’industria aeronautica ha compiuto passi da gigante ed oggi è diventato talmente complesso e articolato che un progettista da solo può fare ben poco, se non la sua piccolissima parte all’interno di un meccanismo infinitamente più grande di lui.

Dov’è finita oggi quella febbrile passione che giorno dopo giorno spingeva questi uomini alla continua immaginazione di un futuro diverso dal presente? Forse ha cambiato forma, forse è momentaneamente sparita, non lo so, so solo che non si trova più nell’industria aeronautica.

Bimotore, Si alza il vento

Ultima nota curiosa: Ghibli è il nome dello Studio di Miyazaki, ma è anche il nome dato allo Scirocco in Libia, preso in prestito da Gianni Caproni nel 1936, quando la sua azienda realizzò il modello Caproni Ca.309 chiamato, per l’appunto, Ghibli.

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