Musica

«Son domande del cazzo!», intervista con i Moostroo

1 Giugno 2016

Ho lasciato Dulco e Francesco dei Moostroo ad aspettarmi per più di un’ora dentro l’Edoné. Non è che fossi in ritardo, anzi, sono arrivato in anticipo di venti minuti e quindi ho pensato bene di attenderli fuori, seduto al tavolo. Purtroppo il loro anticipo mi aveva, per così dire, anticipato e preso in contropiede, dal momento che erano già arrivati da un pezzo.

Così per un’ora abbondante io li ho aspettati fuori, mentre loro mi aspettavano dentro, a circa due metri e mezzo di distanza, con un sottile muro di mattoni nel mezzo.

Per fortuna sono stati pazienti. Deve comunque essergli piaciuta l’intervista, se me ne hanno concessa una seconda. A me parlare con loro è piaciuto parecchio: ci sono due interviste che ho amato particolarmente, questa e quella con Giulia Spallino (che non se la tira).

Di cosa avete parlato mentre mi aspettavate anche se in realtà ero qui?

Dulco: è un casino, di questioni filosofiche, dell’esigenza umana – troppo umana – di trovare categorie che semplifichino la complessità della vita.

Francesco: il problema è mantenersi elastici, infatti mi viene in mente una frase del grande Lebowski “io mantengo un regime di droghe molto rigido per mantenere la mente elastica”, ed è interessante proprio come mette insieme la droga con questa cosa. Ne parla come se fosse un matematico.

Dulco: io ho un retaggio filosofico pesante, mi sono massacrato su queste questioni e tutt’ora mi massacro, mi piace proprio. È interessante come necessitiamo di semplificarci le cose, di crearci categorie, schematizzare, inquadrare, mettere tutte le cose a modino, fare ordine, quando in realtà la vita è imprevedibile.

Si può prescindere da questa necessità?

Dulco: no, è un’esigenza umana, troppo umana, ne abbiamo bisogno. Però bisogna esserne consapevoli.

Francesco: però la mente elastica aiuta non incastrarti… non dico a non dar nulla per scontato, che è banale, però è limitante. Anche per una questione di piacere, perché spesso uno si limita nella visione della vita quando basta avere un po’ di flessibilità, non per forza data dalla droga, eh.

Dulco: e te lo diciamo da padri di famiglia, tra l’altro. Abbiamo un po’ di epilessia dentro ai nostri schematismi esistenziali.

Francesco: diventa un’allenamento questa cosa, perché la mente di porta un po’ a sederti, a semplificare le cose.

A proposito di allenamento, siete tornati in studio da poco?

Francesco: no, in realtà entreremo. Iniziamo la pre-produzione domani dalle Capre a Sonagli.

Dulco: sarà un disco post-gender.

Francesco: ti spiego, la mia compagna mi ha stroncato. Noi abbiamo un imprinting post-punk, lei ascolta un pezzo di quelli nuovi e mi dice “eh ma vi siete poppizzati”. Minchia, mi ha spezzato questa cosa. Allora niente, oggi sono un po’ in ansia.

Da padri di famiglia siete tranquilli? Ne usciremo da questa esistenza?

Dulco: siamo nati negli anni ’70, c’era pesante crisi, c’era l’eroina, si sparavano. Siamo ancora qua. Siamo forse ancora sulla stessa china discendente, ma se ci pensi la china è iniziata da quando la scimmia ha preso in mano l’osso e l’ha dato in testa a un’altro.

Francesco: però noi siamo quelli fortunati, io mi sento di dirlo. Cazzo, noi ci possiamo permettere di filosofeggiare su queste cose, mi sto anche appassionando di storia ultimamente e più ci penso più è evidente che siamo quelli fortunati.

Dulco: questo è un discorso fru fru proprio per questo.

Francesco: hai ragione che è crisi, però è crisi per chi appunto ha bisogno di mantenere la mente più elastica, per cogliere in maniera più onesta come stiamo davvero. Poi è un processo, è relativo, nel nostro piccolo mondo noi ci tiriamo matti per cose sicuramente vere, però relativamente importanti…

Dulco: mente elastica in un corpo spastico

Non vi siete rotti i coglioni di suonare continuamente in quasi ogni festival di Bergamo?

Dulco: in realtà no, ci piace suonare. Facciamo musica per andare in giro. Siamo molto localisti.

Qual è la vostra storia di musicisti?

Dulco: ho iniziato a suonare la chitarra in chiesa, da fervente cattolico praticante.

Francesco: io la chitarra agli scout, che forse è anche peggio.

Cattolico quale eri o quale sei ancora?

Dulco: mi sono sbattezzato a trentatré anni. Perché Gesù Cristo è vissuto trentatré anni, dopodiché studiando la teologia mi son rotto i coglioni di queste verità assolute e quindi ho smesso di essere cristiano cattolico apostolico della Chiesa di Roma. Adesso sono ateo convinto, praticante.

Francesco: io no. Ho questa esigenza di trascendente che non so dove mettere.

Dulco: ma quella è a prescindere della religione. Se pensi che viviamo ottant’anni dopodiché tutte le menate che ci siamo tirati in ottant’anni vanno a farsi fottere, speri che ci sia un’energia sovrumana che ti inglobi da qualche parte. Un po’ per dar senso non solo all’esistenza vissuta… boh, forse è la memoria la trascendenza, lasciare traccia nei nostri figli.

È una questione complessa però, non ci spenderei delle parole così, dopo aver mangiato un hamburger. Rischierei di dire un sacco di stronzate.

Comunque, ho iniziato a suonare in chiesa a undici o dodici anni. Poi alle superiori ho iniziato a fare schitarramenti vari alle feste di fine anno, poi in quarta il primo gruppo ufficiale, era un duo e facevamo cover acustiche.

Ma perché hai iniziato a suonare?

Dulco: per esigenza. Per emanciparmi dai miei genitori. Per differenziarmi, da loro soprattutto. Per scopare.

In chiesa però era il posto sbagliato credo, no?

Francesco: eh no eh, guarda che i cattolici sono quelli più… io ho conosciuto alternativi rigidi, regole, rispetto. Invece i cattolici secondo me hanno quel piglio che li rende… interessanti.

Torniamo al suonare va’…

Dulco: boh, mi piace scrivere, mi piace raccontare delle storie. Più che altro è un’esigenza espressiva, è il bisogno di dire delle cose attraverso un linguaggio diverso da quello strettamente linguistico e della parola parlata.

Mi piace cantare, mia madre ha sempre cantato. Mio nonno cantava anche lui, ho un bisnonno che era un musicista.

Finito il liceo si è fatto un gruppo di giovinastri psichedelici, facevamo psichedelia. Eravamo in quattro, poi si è sciolto quel gruppo e nel ’97 sono stato chiamato in questo progetto che sono stati i Jabberwocky, che è durato per quindici anni. Facevamo prevalentemente musica da strada, in un periodo in cui si faceva festa perché si sentiva molto di più la festa rispetto ad adesso.

Perché?

Dulco: boh, chi lo sa perché. Eravamo più giovani, forse, non te lo so dire. Adesso si fa festa digitale, si comunica tantissimo attraverso nuovi metodi di comunicazione, mentre un tempo ci si telefonava col telefono a rotella e “ci vediamo sabato alle tre davanti al muretto”, e da mercoledì a sabato aspettavi.

È meglio o peggio?

Dulco: è diverso. È più comodo adesso, molto più comodo. Però il rischio che si corre è di rimaner più chiusi in casa.

Pensa che io penso l’opposto, prima stavi a casa dal lunedì al venerdì aspettando il sabato, oggi non stai a casa una sera dal lunedì al lunedì successivo. Se tutti i giorni sono di festa, nessun giorno è di festa, ecco perché secondo me oggi è molto meno sentita

Dulco: la cosa più angosciante è la reperibilità continua.

Francesco invece come sei arrivato ai Moostroo?

Francesco: io ho sempre suonato principalmente per piacere, banalmente. Mi piaceva il basso in maniera viscerale, questo ponte, la ritmica tradotta in musica. Fantastico.

Ho girato un po’ di gruppi e poi ho conosciuto i Jabberwocky e ho iniziato a fare il loro fonico. Poi, pian pianino, quando il gruppo si è un po’ sfaldato perché c’erano esigenze diverse, noi tre avevamo una visione comune e l’abbiamo portata avanti.

Poi abbiamo conosciuto Alez di #hashtag. che ci ha introdotti nel mondo della bergamaschicità.

Che rapporto avete con il disagio?

Dulco: il disagio è una rottura di coglioni. Il disagio è permanente, compare quando meno te lo aspetti, in ogni più piccola cagata che fai. Ho avuto un trascorso da disagiato pesante. Penso di aver trovato un semi equilibrio, nel senso che convivo col disagio in maniera serena. Ma perché ci ho lavorato tanto sopra, perché mi faceva star male, e star male non mi piace.

Cantare il disagio è un modo terapeutico per liberarsene. Tendenzialmente io sono un edonista epicureo, mi piace scopare, stare bene, mangiare, non fare un cazzo, fare cose che mi piacciono. Eppure lavoro ottantadue ore al giorno. Faccio l’insegnante di italiano, storia e geografia e poi faccio dei laboratori formativi nelle scuole con i genitori. Però non so ancora cosa farò da grande, perché ho fatto tante robe diverse. Da un paio d’anni faccio queste cose, in realtà il formatore lo faccio da quindici anni, però l’insegnante da un paio.

Francesco: sicuramente è un motore eccezionale, per certi punti di vista.

Dulco: la crisi è fondamentale, la crisi serve. Perché nella crisi devi mettere in gioco delle risorse che non pensavi di avere. È una gran rottura di cazzo, però ci tiene vivi.

Ci rende efficienti?

Dulco: non so se ci rende efficienti, bisognerebbe capire a chi serve e che cosa si intende per efficienza. Siamo come il funambolo che sta in equilibrio sulla fune sopra l’abisso, quindi da un momento all’altro può piombare nel vuoto e deve destreggiarsi ad ogni passo. Non ha, come dire, una soluzione univoca e definitiva e assoluta, ogni volta deve improvvisare, perché la vita è improvvisa. Accadono delle cose che non ti aspetti.

Siete dei “musicisti impegnati”?

Dulco: eravamo partiti con l’idea di fare il prossimo disco “impegnato”, perché abbiamo delle opinioni politiche. Invece ha preso una piega diversa, parleremo di amore, anzi, sarà una visione ovviamente parziale dell’amore. Abbiamo deciso di concentrarci su una cosa che ci facesse stare bene e l’amore ci fa stare bene, tutto il resto è una gran rottura di cazzo.

Se aveste dovuto fare un disco impegnato invece, cosa ci avreste messo dentro?

Dulco: rabbia, tanta rabbia. Verso le rotture di coglioni che si annidano ovunque, dal lavoro che per come è conformato ora è una sorta di schiavitù contemporanea, con tutti i diritti andati a puttane.

Francesco: rabbia verso tutti i meccanismi alienanti. Gli automatismi anzi, quelle robe che fai e non ti rendi conto di fare e che arrivi a fine giornata e ti hanno sfiancato. Divento matto: arrivi a casa, prendi le chiavi, apri la porta, giri la maniglia, stacchi le chiavi, entri, chiudi, togli la chiave e la riponi da qualche parte perché se no poi il giorno dopo non la trovi più… somma tutti questi pezzettini di ogni giornata e crei un abominio, un mostro (un moostroo, Nda).

La quotidianità è inquietante. Però dà tanta sicurezza, nelle relazioni invece la quotidianità secondo me è una risorsa enorme, perché l’amore completo ce l’hai nella quotidianità. “Raffina i sentimenti, trasgredisci i rituali” cantava Giovanni Lindo Ferretti, e secondo me la quotidianità aiuta questo processo.

Ma la quotidianità è una cosa diversa dagli automatismi di cui parlavo prima. Che vita di merda, e noi siamo quelli fortunati, abbiamo pescato il jolly un’infinità di volte e stiamo qui anche a lamentarci.

Facciamo tutti e tre lavori “elevati” (?) rispetto al meccanismo della catena di montaggio, ma a pensarci bene non è poi così vero

Dulco: il meccanismo della fabbrica è uscito dalla fabbrica, eliminando però tutti i vantaggi che potevano esserci dentro la fabbrica, come i lavoratori uniti tra di loro e altri retaggi ideologici del passato.

Potrebbero esistere oggi? O meglio, se non esistono è perché non servono più?

Dulco: c’è bisogno di mantenere un’equità sociale e su questo non c’è dubbio, probabilmente i meccanismi con cui dovremmo adesso fare i conti qualcuno non li ha ancora… non lo so, è una questione complessa e non vorrei dire delle stronzate, ho bisogno di tempo per pensare. È una questione politica questa, io non sono un politico, ho un’opinione politica, ma lascia il tempo che trova. E poi non è mai coerente con se stessa.

La politica è una cosa nobile, è stata sputtanata dalla partitica, ma essere qua noi tre è politica. Stare insieme agli altri, trovare delle forme di convivenza civile, equa. Queste sono le esigenze primarie, tutto il resto è retorica. Tutto il resto è semplificazione, perché la gente si massacra i coglioni quotidianamente e ha bisogno di robe semplici, perché se no non ha spazio nella testa.

Cioè, tra un pannolino e l’altro come cazzo fai a pensare ai diritti dei lavoratori? Sei lì che pensi ai tuoi diritti nel maneggiare la merda di tuo figlio.

È molto bella questa cosa per cui tutti “noi” della “sottocultura” ci facciamo il nostro piccolo mondo felice, però si può arrivare solo fino ad un certo punto, poi ti scontri per forza con il livello superiore, con il mondo che sta fuori. Ameno che non decidi di rimanere sempre lì sotto, ma non mi sembra una grande aspirazione…

Francesco: beh, i social creano questo.

Ti danno la possibilità di avere infinita libertà di movimento, finché stai alle loro regole e non esci dal recinto. Finché stai tra quelle quattro mura puoi fare “quello che vuoi”

Dulco: è sempre stato così, adesso è più tangibile forse, è solo più visibile perché c’è la rete. Ma è sempre stato così, i movimenti studenteschi erano autoreferenziali, così come i principati, i ducati, i regni lo erano.

Quando vuoi espanderti vai a invadere qualcun altro e lì c’è il conflitto. Può essere positivo, negativo, dipende… sono robe complesse SON DOMANDE DEL CAZZO! Che domande ci stai facendo!?

Ok dai, com’è fare musica in Italia?

(risate)

Volete anche parlarmi della musica per caso? No, perché io lo trovo poco interessante

Dulco: non è interessante la musica, è più interessante tutto quello che ci sta intorno.

Francesco: assolutamente.

Dulco: la musica alla fine io me la ascolto per i cazzi miei con le cuffiette, per cui è una roba onanistica proprio.

Francesco: la cosa interessante della musica è la strada che riesce a trovare. Arriva in zone che altrimenti la tua parte molto più razionale non raggiunge. È una di quelle cose che ti mantengono elastico secondo me, ed è interessante solo da questo punto di vista, per il resto è molto più interessante tutto quello che ci gira attorno alla musica, in questo periodo storico.