Storia di un insegnante di fotografia - Andrea Lombardi
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Storia di un insegnante di fotografia

"Quando, nel 2005, la responsabile dei corsi del Bauer mi chiese di tenere un corso a scuola, la cosa mi mise in grosse difficoltà."

Storia di un insegnante di fotografia

Questa è una storia.
È la storia di un fotografo, raccontata da quel fotografo stesso. È la storia di un fotografo che insegna l’arte della fotografia. È la storia di un mio insegnante del periodo in cui ho frequentato la Bauer, un maestro che stimavo e stimo tuttora. È la storia di Gianni Comunale, che sottolinea, quando gli propongo di raccontarsi per noi, che scrivere non è il suo mestiere. È la storia di un uomo che racconta e si racconta attraverso immagini, in silenzio, ma stavolta, per noi, usa le parole…

«Quest’anno compio 50 anni, è un compleanno importante, un’occasione per fare un po’ il punto della situazione e questa chiacchierata con voi mi aiuta a farlo.
Mi chiamo Giovanni, Gianni per gli amici e per la professione da trent’anni faccio il fotografo e da quasi dieci affianco al mio lavoro di professionista quello di insegnante di fotografia.

Come molti della mia generazione ho cominciato da autodidatta all’epoca, avevo vent’anni, avevo altre passioni. Due in particolare. La musica, facevo il programmista regista, in una radio libera in provincia di Salerno. Erano gli anni in cui la mia unica passione, il metal, cominciava a cedere, con incursioni dapprima sporadiche e poi sempre più strutturate e consapevoli prima verso il blues e poi verso il jazz. Immaginavo la mia vita legata a questa grande passione, l’università che stavo frequentando (Scienze Politiche), era solo una conseguenza del mio del mio impegno sociale di allora, e anche un modo per cercare di soddisfare l’aspirazione dei miei genitori che sognavano il “figlio laureato”.
L’altra passione era la mia fidanzata di allora, Giovanna, una ragazza che ho molto amato, con cui sono diventato grande e ho condiviso la mia vita di ventenne felice. Con lei, per documentare i nostri primi viaggi di provinciali alla scoperta del mondo, ho incontrato la fotografia.
Comprammo insieme una reflex (una Fujica) e per i due anni successivi non uscii mai più senza di lei. Non avevo velleità artistiche di nessun tipo, anzi, pensavo, sulla scorta di più tentativi fallimentari di imparare a suonare la chitarra, di non essere tagliato per le cose dell’arte. Presto invece mi resi conto che quell’oggetto mi aiutava a mettere in ordine il mondo e le mie idee.

Dopo appena un anno dall’acquisto della mia prima reflex avevo comprato (tramite posta, allora l’online era molto oltre la fantascienza) manuali di tecnica, libri sui fotografi, saggi di linguaggio fotografico: leggevo tutto quanto mi capitasse a tiro sull’argomento, mescolando cose utili a cose inutili, in un “mischione” di concetti e informazioni dal quale non so proprio come ho fatto ad uscire.
L’ossessione per la fotografia accelerò la fine del mio rapporto con Giovanna, eravamo diventati adulti e diversi, e decidemmo (non senza dolore) di andare ognuno per proprio conto.

Volevo assolutamente fare il fotografo.
Cercai una scuola a Napoli, ma non ce n’erano di pubbliche, ed allora, scartata l’Accademia di Belle Arti per manifeste incapacità di tipo manuale-artistico, dopo aver abbandonato Scienze Politiche, mi iscrissi ad Architettura, dove avevo letto della presenza di un esame di rilievo fotografico. Non feci nemmeno quell’esame, che era solo tecnico, ma cominciai a frequentare da uditore le lezioni di fotografia in Accademia tenute da Mimmo Iodice. Lì, per la prima volta, incontrai la fotografia che andavo cercando, quella che avevo solo immaginato e che temevo fosse solo una proiezione dei miei desideri.
Mimmo era, ed è ancora, una persona appassionata e gentile, e sopportava la mia smania di chiedere in continuazioni consigli, letture, mostre da guardare, pur sapendo che ero un “abusivo” del corso. Ma il corso in accademia volgeva al termine ed io, nonostante avessi affiancato a questo mio “studio libero” una collaborazione con un fotografo del mio paese che mi affidava dei lavori per suo conto, sentivo sempre più forte il bisogno di uno studio sistematico della fotografia.
Venni allora a sapere dell’esistenza dell’unica scuola pubblica post-diploma di fotografia, che era a Milano, e dopo essermi consultato col mio mentore partecipai alle selezioni per l’ammissione. Partii per Milano nell’agosto del 1990: ero felice e, anche se scoprire di essere il più “anziano” del corso un po’ mi metteva in soggezione, cominciò il periodo più bello e stimolante della mia vita.

La Bauer (o, come ancora la si chiamava all’epoca, Umanitaria) è stata per me un’esperienza fondamentale, i miei colleghi e miei insegnanti sono diventati da allora, dei punti di riferimento che non mi hanno mai più abbandonato.
Durante la scuola e per suo merito ho incontrato Francesco Radino e grazie a lui (poiché era la sua compagna) Cristina Omenetto, e sono diventato il loro assistente.
Sono stati anni importanti, la scuola prima, e la collaborazione con Cristina e Francesco poi, mi hanno permesso di costruire un mio modo di guardare il mondo: le esperienze professionali che ne sono seguite hanno sempre portato con loro uno stile (non nel senso estetico del termine, ma di consapevolezza nel guardare le cose senza pregiudizi) che molto deve ai miei Maestri.
Negli anni successivi mi sono occupato prevalentemente di paesaggio, architettura, e fotografia industriale, con brevissime incursioni nel ritratto e nello still-life.

Quando poi, nel 2005, la responsabile dei corsi del Bauer mi chiese di tenere un corso a scuola, la cosa mi mise in grosse difficoltà.

Da una parte ero felice e lusingato, mi sembrava che potessi restituire una donazione, in termini di consapevolezza e cultura, che avevo ricevuto anni prima e questa cosa mi piaceva. Dall’altra pensavo di non essere capace di gestire una classe di ragazzi, di far fronte in modo adeguato alle loro giuste aspettative.
Per anni, occupandomi della documentazione sull’illuminazione delle architetture monumentali a Milano, avevo lavorato da solo. La mia pratica della fotografia era fatta di silenzio e concentrazione, di interminabili su e giù intorno ad un edificio prima di decidere dove piazzare il cavalletto per la ripresa, di lunghissimi tempi di posa delle pellicole, dove l’unico compagno era il mio pensiero. Anche quando ero assistente di Francesco, spesso, gli shooting erano fatti di lunghe passeggiate nel silenzio, interrotte solo da un cenno fatto con la testa per segnalare il ritrovamento dell’immagine cercata.
Ne parlai con la coordinatrice e lei mi chiese di fidarmi di lei: diceva di essere sicura della sua scelta e che, nel caso contrario, sarebbe stata solo un’esperienza isolata.
Accettai con un misto di eccitazione e terrore.

Dopo dieci anni penso di non essere più in grado di rinunciare al mio lavoro di insegnante.
Lavorare con i ragazzi mi piace, questi anni sono stati per me densi di stimoli e di riflessioni: aiutare le persone a trovare la propria via alla fotografia è piacevole e gratificante. Ognuno dei miei studenti mi ha dato in stimoli e riflessioni almeno quanto ho dato io loro in termini di sapienza tecnica ed esperienza, creando spessissimo rapporti che sono andati oltre il corso di studi e che continuano ancora oggi su basi paritarie.
In molti di loro ho riconosciuto da subito capacità e originalità nell’osservare le cose, in altri ho dovuto piacevolmente ricredermi in seguito, ed ammettere che li avevo sottovalutati. In quasi tutti loro ho trovato dei miei simili, mossi da quella stessa passione che a 26 anni mi spinse a lasciare tutto il mio mondo per andare a cercarne un altro.
A tutti ho cercato di comunicare una sola cosa, e cioè che l’unica cosa che fa di un immagine una fotografia degna di essere “scattata”, è la consapevolezza di proporre un proprio punto di vista sulle cose.
Le questioni tecniche e linguistiche certo sono importanti ma da sole non sono sufficienti a produrre immagini davvero interessanti e che raccontino più di quello che si vede.

La mia carriera di insegnante si è svolta tutta nella era “digitale”, eppure ho scelto di insegnare la fotografia analogica con le macchine di grande formato, questo perché si tratta di una pratica estremamente lenta, e trovo che la lentezza, la calma nell’apprendimento siano un vantaggio e non un limite. La difficoltà di trovare inquadratura e fuoco con una macchina che si può usare solo con un cavalletto pesante, la fatica nel cercare il fuoco e la composizione su un vetro smerigliato che ti mostra l’immagine al contrario e non ultimo l’obbligo del panno nero (manta), sotto il quale devi stare per isolarti dalle luci parassite, che ti obbliga a cercare una relazione profonda e personale con il tuo soggetto. I riti del caricamento delle pellicole e del loro successivo sviluppo, necessitano di un tempo che aiuta a pensare, che fortifica le scelte fatte in ripresa, e pure gli eventuali sbagli diventano quasi sempre elementi per riflessioni che poi si trasformano in una sorta di humus che genera nuove idee.

Questa che fino a pochi anni fa era la Tecnica Fotografica (quella che anche io avevo studiato), dopo un primissimo momento di fascino sugli studenti, diventa quasi sempre “stretta”. L’abitudine alle immagini pressoché istantanee, crea spesso un senso di frustrazione per i ragazzi della generazione del digitale che non sono abituati alle lentezze dell’analogico. I miei studenti non sono abituati alla pazienza, a quella che è stata definita “l’insistenza dello sguardo”, ma non per loro limiti, bensì perché i nuovi media ci seppelliscono di immagini in un numero che quasi sempre è inversamente proporzionale alla loro qualità, per cui all’inizio si trovano sempre a patire un po’ lo stare “ingabbiati” in una tecnologia tanto lenta e faticosa. Gli errori costano cari, non c’è un “mela+z” da poter digitare per tornare un passo indietro, succede però che raramente ho visto fare due volte gli stessi sbagli. È questo che costruisce la loro sicurezza di autori, che li obbliga ad un ragionamento, dapprima faticoso, ma che poi diventa un modus operandi inconsapevole, che li fa pervenire esattamente all’immagine che avevano in testa.
Questa è la parte che più amo del mio lavoro: aiutare i miei ragazzi a “mettere a fuoco” le loro idee ed i loro pensieri, fare il modo che diventino chiari e comprensibili a loro stessi ed agli altri.

Uso spesso una metafora, che credo vi piacerà molto: è un po’ come imparare a suonare la chitarra, si comincia con una chitarra classica con un manico largo e duro, dove comporre accordi e arpeggiare è faticoso, dove all’inizio non si possono staccare gli occhi dalla tastiera, ma appena si comincerà a sentire il suono della musica ed a pensare solo alle note e non più alla posizione delle mani, allora si potrà passare senza paura alla più elettrica e distorta delle Stratocaster.»

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