Musica

«è un desiderio sessuale nevrotico che si trasforma in cose pratiche», intervista ai Luminal

19 Dicembre 2015

I Luminal sono tre persone, ancor prima di essere una band che vi sfonda le orecchie e vi si infila nei labirinti dell’orecchio fino a farvi barcollare e perdere l’equilibrio. Quando gli ho chiesto un’intervista non avrei scommesso nulla su una risposta positiva, ma alla fine oltre a concedermela mi hanno fatto sedere con loro per più di un’ora, davanti ad una pizza fumante.

Chi li conosce sa il disagio che sono in grado di trasmettere questi tre ragazzi con la loro musica. I loro messaggi sono impregnati di disgusto verso un certo tipo di società e nel corso della nostra cena-intervista-chiacchierata ho scoperto di avere qualcosa in comune con Alessandro Commisso, Alessandra Perna e Carlo Martinelli: il fastidio dovuto al resto dell’umanità. Ma non voglio certo frappormi tra voi e loro, né tra voi e la loro musica, quindi vi rimando direttamente a Spotify per ascoltarli e vi lascio alla nostra chiacchierata per conoscerli meglio. Arrivate fino in fondo che ne vale la pena!

Che rapporto avete con la mediocrità e la “paesanità”?

Alessandra: l’italiano medio è un campagnolo arricchito, perciò abbiamo tutti nel DNA il fatto di essere dei paesani. Il mio rapporto con il paesano medio è fondamentalmente quello che ho avuto con la mia famiglia, perciò è un rapporto di contrasto con tutto quello che fanno. Di solito cerco di evitarli, ma finisco per litigarci.

Mi stavo anche attaccando con un ragazzino a Lamezia Terme, perché vedendomi passare mi ha chiesto se fossi un maschio o una femmina, e quando gli ho risposto che ero una femmina ha detto “madonna che schifo”. Al ché, dal momento che sono una persona estremamente competitiva e molto incazzosa, e visto che non me ne frega un cazzo di quanti hai perché ti picchio lo stesso, mi sono quasi attaccata. Però mi hanno bloccata prima.

Alessandro: io sono d’accordo su tutto. Per il bambino no, per quello siamo diversi (ride).

Vi siete un po’ ritagliati il vostro spazio fuori dalla società?

Alessandra: partiamo dal presupposto che è stato tutto un caso, per tutti e tre, perché veniamo da tre famiglie per cui potremmo essere il frutto dell’educazione che abbiamo ricevuto, ma questa cosa non è successa. Il senso delle nostre vite probabilmente è cercare di ricordarci ogni giorno di non lasciare che il contesto ci convinca che dobbiamo volere delle cose che in realtà non vogliamo. Non so se si capisce.

Alessandro: per me più che l’educazione è stato il contesto intorno. Certo, da parte dei miei c’è stata anche una punta di quel tipo di educazione, però il nostro atteggiamento è una cosa che penso sia innata in alcune persone, non è un pregio o una qualità, la vedo solo innata in alcune persone.

Vi hanno ficcati nella “scena indipendente”, non trovate che al suo interno ci sia una sorta di pensiero unico molto radicato da seguire per essere accettati? C’è una parte politica da seguire, un gusto estetico, un atteggiamento comune che vanno accettati tutti in blocco, o sbaglio?

Carlo: credo che la cosa che chiamiamo “scena indipendente” sia alla fine un gruppo di persone che magari si conoscevano, che erano amici o conoscenti tra di loro perché erano gli unici a fare questa cosa una trentina di anni fa. Loro sono quelli che hanno gettato le basi e hanno costruito tutto quello che c’è adesso, quelle quattro o cinque riviste, quelle quattro o cinque webzine, quei dieci promoter. Poi, a quelle persone che ci sono ancora oggi si sono aggiunte quelle più giovani.

Quelli che hanno dato il via al tutto hanno il loro mondo e il loro immaginario, che in larga parte è quello di ragazzini insoddisfatti, ed è quello che poi viene replicato da chi adesso prova ad entrare in questo ambiente. È un tipo di mentalità cui provano a conformarsi quelli che oggi sono nuovi e provano a rifare tutto uguale nella speranza di essere i prossimi opinion leader o i prossimi protagonisti della scena.

Tutta questa roba però è molto meno importante di quanto non possa sembrare.

Nel momento in cui uno riesce a costruire qualcosa di figo, che sia un locale, una rivista, una band o qualsiasi cosa, può crearsi da solo il proprio mondo indipendente da quella roba lì. Magari poi verrà definito da qualcun altro scena indipendente e verrà odiato per altre ragioni, ma è tutto molto inutile fondamentalmente.

Alessandra: diciamo che semplicemente io penso che loro abbiano un linguaggio e parlino di cose che noi non capiamo, perché non facciamo parte di quella storia.

Vi crea dei problemi questa cosa?

Alessandra: certo che ci crea dei problemi, però mi creava dei problemi anche quando in prima media non parlavo con nessuno.

Alessandro: io diciamo che “non capisco” tutto questo.

Carlo: noi abbiamo fatto anche un pezzo che è una presa per il culo di tutto questo, del musicista represso che vuole fare parte della scena… C’è vita oltre Rockit, con cui fondamentalmente ci siamo auto uccisi, perché loro questa cosa l’hanno presa male e non ci hanno mai neanche lateralmente considerati, non siamo mai passati da quei circuiti nonostante avessimo fatto tutto il resto.

Però il senso è che, come dicevo prima, nel momento in cui fai quello che ti piace e riesci a costruirti una cosa figa te ne puoi fottere.

Noi per esempio abbiamo saltato tutta una serie di persone e situazioni che normalmente per un gruppo che comincia a suonare a Roma sono basilari. Nessun tipo di promozione / allisciamento di culo eccetera, li abbiamo proprio saltati, byapassati tutti, andando direttamente a fare altre cose, in alcuni casi anche più grosse e più fighe.

Fate altri lavori, oltre a suonare?

Carlo: io e Alessandra facciamo i camerieri in un ristorante.

Alessandro: io insegno, do lezioni di batteria. Non vivo proprio di musica ancora, ho 25 anni e non riesco ancora a mantenermi solo con questo, però ci sto lavorando… diciamo che si può vivere di musica, ma non solo suonando dal vivo.

Carlo: non facciamo musica nemmeno particolarmente commerciale quindi…

Potete quindi dire di essere indipendenti e liberi per davvero, o no?

Carlo: ad un certo punto uno fa delle scelte. Dopo un po’ che ci sbatti la testa se non sei completamente ritardato capisci come girano le cose e sai che potresti cambiare quello che fai e il modo in cui lo fai, ma anche il modo in cui ti rapporti alle altre persone che fanno parte della scena, così da ottenere un risultato tangibile e materiale, con cui alla fine comunque non campi, però rendi il tutto meno impossibile.

O scegli di fare così oppure scegli di continuare a fare le cose come le vuoi fare tu, noi fondamentalmente abbiamo scelto la seconda. È meglio fare così ed ottenere qualcosa di anche piccolo, piuttosto che diventare una specie di impiegato postale della musica.

Che rapporto avete con le vostre famiglie?

Alessandro: io ottimo, siamo più amici che genitori-figlio…

Carlo: io la stessa cosa, ho solo mia madre.

Alessandra: io cerco di farmi adottare dai loro genitori. Cioè dalle loro madri fondamentalmente.

Carlo: siamo quasi passati alla fase in cui sono io il genitore con mia madre. Anzi, in realtà ci siamo già arrivati però io non voglio ammetterlo.

Alessandra: ma i miei genitori poverini fondamentalmente sono soltanto due teste di cazzo che hanno fatto tutto quello che non volevano fare nella vita e l’hanno fatto pagare a me e mia sorella.

..ed è arrivato un momento in cui te ne sei resa conto?

Alessandra: no, in realtà io l’ho sempre saputa questa cosa. Comunque io li ho sempre guardati e non ho mai capito perché si comportavano in quella maniera, e perché cercavano di farmi essere in una certa maniera. Per cui piano piano con il tempo ci siamo allontanati, poi mio padre l’anno scorso è morto e ora ho un rapporto cordiale con mia madre, quasi amoroso. Anche perché con la vecchiaia si è ammorbidita e sta cercando di capire chi sono.

E tu che rapporto hai con i tuoi genitori?

Il rapporto di una persona che ha imparato sicuramente molto da loro, pur rendendosi conto che loro non sono stati in grado di compiere appieno quello che mi hanno insegnato. Io comunque non ho particolari rapporti con la mia famiglia in generale, a malapena sanno che voce ho.

Carlo ed Alessandra, voi state insieme e vivete insieme. Come fate a conciliare la vita di coppia con il rapporto morboso e ossessivo che avete con quello che fate nella musica? È la condizione che ha sempre distrutto qualsiasi rapporto che ho avuto io…

Carlo: è quasi ossessiva la cosa… soprattutto quando stai registrando un disco, perché è una cosa molto lunga. Fai conto che la registrazione dura un paio di settimane, mentre la scrittura dura uno o due anni e l’arrangiamento altrettanto. Ci sono dei giorni in cui da quando ti svegli a quando vai a dormire nel cervello letteralmente non c’è altro, al punto che ti viene da sboccare. Forse con gli anni è un po’ diminuita questa cosa, siamo più rilassati e la affrontiamo con più metodo, arriviando più velocemente a quello che ci interessa. Fino a qualche anno fa era una roba proprio da psicopatici.

Ci piace comunque, lo viviamo bene.

Alessandra:  penso che sia fondamentalmente una questione di fortuna e di grande incastro, e anche di grande rispetto nei confronti dell’altro.

Carlo: forse più che rispetto per l’altro è grande rispetto per la verità. Se lei dice una cosa con la quale io non sono d’accordo ma mi dimostra che quella cosa è vera, io cambio opinione, e in questo modo cresciamo. Se rimanessi a difendere la mia idea solo perché è mia, che comunque è una cosa legittima, non sarebbe proprio concepibile un tipo di rapporto così perché impazziremmo.

Invece nel momento in cui c’è una discussione musicale, artistica o di qualsiasi tipo, l’obiettivo è di arrivare sempre a quello che è razionalmente la cosa più giusta.

Quindi alla lunga non vi crea problemi avere nella vostra vita insieme questa presenza ingombrante che è il vostro lavoro-passione nei Luminal?

Carlo: no, anzi!

Alessandra: alla fine quello che facciamo è la nostra emanazione, la nostra vita, la nostra creatura…

Carlo: è come fosse più di un figlio.

Alessandra: in realtà ti dirò anche di più, è una specie di desiderio sessuale nevrotico che si trasforma in cose pratiche. Io per esempio sono una persona che deve sempre creare, che poi non si traduce sempre in promozione, tour o cose di questo tipo. È un po’ quello che diceva Bukowski, cioè che tu non sei uno scrittore nel momento in cui hai scritto un libro, ma lo sei nel momento in cui hai un pezzetto di carta e una penna e in quel momento devi fare proprio l’atto di scrivere, poi magari il giornale dopo lo butti. È una specie di mostro che hai nel cervello e che devi sempre tenere a bada.

Ok, mi fa piacere tornare a casa questa sera sapendo che questo tipo di rapporto può esistere realmente nel mondo. Grazie, anche perché non conosco altro modo di affrontare le cose che amo se non con lo stesso vostro rapporto ossessivo

Carlo: alla fine non è tanto comune, ma non è neanche impossibile. Si tratta di avere un obiettivo comune.

Alessandra: in realtà nel momento in cui accetti il tuo rapporto ossessivo è anche piacevole. Perché nel momento in cui te ne freghi di tutto quello che c’è intorno possono uscire delle cose veramente interessanti, che magari la gente non capirà subito, ma magari le capirà tra vent’anni o magari non le capirà mai…

Lo sai che c’è? Quella cosa di cui stiamo parlando è una cosa che ognuno di noi ha nel cervello e se tu non gli dai sfogo in qualche modo ti divora l’anima e le conseguenze sono molto peggiori di quello che sappiamo. Per cui, siccome per alcune persone la realtà è molto difficile da vivere, perché è come andare fisicamente dalla realtà al posto che ti crei, devi trovare un metodo per fare avanti e indietro. Nel momento in cui trovi il tuo metodo, il resto viene da sé.

Continuerai a stare dimmerda per tutta la vita, però almeno conoscerai degli spacciatori simpatici.

Ci stai dicendo che ti senti una persona profondamente sola?

Io sono solo di nascita, ma non è una condizione che mi pesa troppo, anzi, spesso ne ho bisogno. Sono cresciuto in un paesino dove ero “lo straniero”, alla solitudine mi ci sono abituato crescendo. La gente mi infastidisce, mi rallenta e mi fa perdere tempo, non amo i rapporti con le persone

Carlo: puoi mettere a nome nostro quello che hai detto che va benissimo così. Tranne la connotazione geografica, il resto grosso modo è uguale per noi.

Io per esempio al ristorante dove faccio il cameriere ho cercato in tutti i modi di non essere quello che va al tavolo a prendere le ordinazioni, proprio per evitare di dover parlare con le persone. Preferisco correre e farmi tre volte la fatica.

Come mai avete questo rapporto con gli altri?

Carlo: forse è innato, io mi ricordo di essere sempre stato così.

Alessandro: penso anche io, da piccolo non mi ricordo ovviamente, ma i miei genitori mi hanno raccontato delle cose assurde di quando avevo tre o quattro anni. Provavano a mandarmi a giocare a calcetto, ma tutto ciò che era squadra lo detestavo.

Credo anche io. Io ricordo il terrore di essere infilato in quelle gabbie demoniache piene di palline colorate che c’erano ai supermercati…

Alessandro: io mi ricordo quando c’erano quelle cene tra famiglie in cui mi dicevano con entusiasmo “ah, c’è il figlio di…” e per me era una tragedia sapere che c’era un mio coetaneo. Io volevo stare da solo in mezzo ai genitori, se c’era un mio coetaneo sapevo che ero obbligato a stare lì e giocare con lui, era una cosa orribile.

A me pesa di più l’insoddisfazione cronica che la solitudine

Alessandra: ma questo è un problema che hanno tutti da sempre. È il modo che hai tu per imparare le cose, se no non potresti creare. Se ci stai chiedendo se avrai mai pace nella vita la risposta è no, ma proprio un grande “No” con una grande scritta al neon!

Carlo: è positivo rendersene conto.

Alessandro: anche le persone che sembrano più realizzate ce l’hanno questo problema, tranquillo.

Alessandra, tu hai scritto un libro che viene presentato in questi giorni, di che si tratta?

Alessandra: è un libro di racconti, di novelle, come dice Alessandro.

È stata una cosa un po’ casuale, anche se io scrivo praticamente sempre. È capitato che pian piano, per cercare di liberarmi della bruttezza che c’è dentro di me, abbia scritto questi mini racconti, però non ho mai mandato in giro quello che scrivevo.

Una volta ho trovato delle copie di quello che avevo scritto e ho pensato «cazzo però, non è scritto male, quasi quasi lo mando a qualcuno», anche se nei confronti della letteratura ho forse un timore reverenziale ancora più forte che nei confronti della musica.

Così alla fine ho mandato questa mail alla casa editrice Habanero, dicendo «guarda non so nemmeno come si scrive una mail ad un editore, comunque questo è il libro e se ti va leggilo». L’ho mandato a loro perché li seguivo su internet e mi piaceva la loro idea di letteratura e di musica.

L’editore mi ha risposto felicissimo per questa cosa, perché era un grande fan dei luminal e il libro gli era piaciuto molto e gli ricordava un po’ Bukowski e un po’ Hunter Thompson. Due settimane dopo c’era tutto: libro, copertina e presentazioni. Sono contenta perché il libro è stato preso da persone che ci tengono.

Il libro si chiama Non farti fregare di nuovo e sarà disponibile in libreria da gennaio 2016.

A cosa servono le recensioni su internet?

Carlo: A niente, niente di niente. Hanno lo stesso valore del commento di una persona ad un concerto. Oggi con internet letteralmente chiunque si può mettere a scrivere recensioni, mentre una volta nel momento in cui eri un giornalista eri uno che viveva la musica, stava con le band, viaggiava con loro, usciva negli stessi locali e nelle stesse situazioni, eri uno che conosceva profondamente quello che stava succedendo.

Adesso è tutto molto più finto e lontano dalla realtà.

Comunque sono articoli che si leggono, sia le recensioni positive che quelle negative, con un po’ di curiosità se vuoi, ma niente di più. Non c’è nessuna utilità, né di promozione né di crescita.

Alessandra: Un tempo se volevi scrivere di musica venivi scelto da qualcuno che doveva valutare il tuo talento, oggi no.

Ma al di là di questo tu immagina il critico musicale, anzi il critico in generale, che va davanti a Dio e Dio gli domanda «che cosa hai fatto nella tua vita?» e lui risponde «il critico» e Dio gli dice «ti ho dato l’intelligenza e tu l’hai usata per criticare qualcosa che ha fatto qualcun altro».

Senza considerare che quello viene fatto su internet di solito non parla del prodotto che sta recensendo, ma parla di se stesso. Tu scrivi una recensione ma non è per parlare del disco, è più per raccontare quanto sei figo, è più per sentirti vicino a Lester Bangs. Ma se un ragazzino medio di oggi vivesse ventiquattro ore come Lester Bangs, probabilmente morirebbe.

Carlo: Vabé, è uno sporco lavoro ma qualcuno deve pur farlo…

© Fotografie di Claudine Strummer