Il problema del petrolio USA che nessuno racconta
Gli Stati Uniti stanno esportando petrolio a livelli da record, ma...
Lo sentiamo ripetere ossessivamente: la mossa di Trump che ha condotto alla chiusura dello stretto di Hormuz è manna dal cielo per i produttori di petrolio americani.
E, fin qui, l’affermazione è perfettamente corretta, niente da dire.
Ma è quello che si deduce da questa affermazione a essere completamente falso.
Se intendiamo dire che i produttori di petrolio americani possono vendere i loro barili di petrolio a un bel po’ di verdoni in più, questo è un fatto oggettivo. Prezzi più alti si traducono in profitti più elevati per chi, in questo momento, non è impossibilitato a consegnare il prodotto e si ritrova con un mercato affamato davanti a sé.
Questo vale tanto per i produttori americani quanto per quelli russi o europei.
Banale.
Se, però, con quella affermazione si intende dire che gli USA stanno globalmente guadagnando come Paese - o come posizionamento politico internazionale - da questa situazione, beh, allora siamo completamente fuori strada.
E non solo perché il mercato interno USA è devastato da un’ondata inflativa sui beni energetici che si ripercuoterà inevitabilmente su tutta la catena. Non solo perché in California la benzina ha ampiamente superato i $6 al gallone.
Ma, soprattutto, perché le grandi esportazioni di petrolio che oggi stanno arricchendo i produttori americani (e solo loro) non sono accompagnate da un aumento della produzione di petrolio USA.
Questo è il dato che nessuno racconta.
Se hai un panificio e, a causa del fatto che i tuoi concorrenti sono costretti a chiudere, vieni invaso da tutti i clienti del rione che ti fanno triplicare le vendite, tu sei molto contento.
A patto che però triplichi anche la quantità di pagnotte che inforni ogni notte.
Perché se invece inforni le stesse pagnotte di quando avevi un terzo dei clienti, ma ne vendi molte di più, significa che stai svuotando il magazzino.
I motivi possono essere diversi: o sai che è una situazione momentanea e non vuoi comprare un forno in più per poi tornare dopo poco al livello di vendite di prima; oppure non sei in grado di aumentare la produzione perché, anche volendo, non hai lo spazio dove metterlo, quel forno.
In quest’ultimo caso svuotare il magazzino è una soluzione obbligata che ti espone al pericolo di non poter più sostenere, a un certo punto, le richieste dei tuoi clienti, che se continuano a rimanere alte causeranno un ulteriore aumento dei prezzi del pane senza che tu li possa più soddisfare.
Non un bello scenario. Né per te, né per i clienti.
Chiarito il meccanismo con un esempio guardiamo qualche numero sul petrolio americano.
Le esportazioni di petrolio da parte degli USA sono effettivamente schizzate alle stelle da quando lo stretto di Hormuz è stato chiuso.
Si è passati da una media di 4 milioni di barili al giorno dell’anno scorso ai 6 milioni di barili al giorno attuali. È un aumento del 50% delle esportazioni, a un prezzo quasi il 100% più elevato. Un sogno commerciale, per chi produce ed esporta il petrolio.
Però.
Quello che nessuno racconta mai sono i dati di produzione del greggio. Quanto petrolio viene estratto negli Stati Uniti? È aumentata la produzione di petrolio, insieme all’aumento delle esportazioni?
Insomma, il panificio lo ha comprato il forno in più, oppure no?
Vediamo i dati.
L’anno scorso venivano prodotti circa 13,5 milioni di barili di petrolio al giorno, in US. Oggi ne vengono estratti circa 13,6 milioni al dì.
In sostanza la produzione americana è stabile e non è stata influenzata, se non in maniera trascurabile, dall’esplosione della domanda.
E questo è un bel problema.
Prima il problema sarà per gli americani. Perché questi numeri raccontano che il petrolio che stanno vendendo è prelevato dalle scorte, che se sono state accumulate finora evidentemente avevano ragion d’essere.
Significa che, se in futuro ci sarà un ulteriore shock dell’offerta, gli americani avranno difficoltà a reperire petrolio, sia da vendere che eventualmente da consumare (con i noti problemi di raffinazione).
Ma è un problema anche commercialmente, perché a un certo punto i magazzini si svuoteranno e i produttori saranno costretti a rinunciare ai grandi profitti che ora la situazione internazionale gli sta garantendo.
Non è quindi una strategia a lungo termine, quella di esportare grandi quantità di petrolio.
E questo dovrebbe chiarire ancora una volta in più, laddove fosse stato necessario, che non c’è alcun vantaggio che gli USA si portano a casa dalla chiusura dello stretto di Hormuz. Quantomeno non a lungo termine (e neanche a breve, visto che i produttori si arricchiscono, sì, ma gli americani si impoveriscono, e se non ci credete leggete qui).
Ma oltre a essere un problema americano questo diventerà un problema anche per noi, il perché è facile da intuire.
Se Hormuz non si sblocca e a un certo punto i magazzini di petrolio americani si svuotano, i produttori di petrolio USA saranno costretti a chiudere i rubinetti.
E a quel punto i barili in più che adesso stanno vendendo nel mondo, sopperendo in parte (piccola parte) ai barili che non passano più da Hormuz, non ci saranno più. E quindi l’offerta di petrolio nel mondo calerà ulteriormente, portando a un conseguente aumento ulteriore dei prezzi e a una nuova carenza di offerta.
E questa la pagheremo tutti. E pure cara.
Che piacciano o meno i risultati, le analisi vanno fatte per intero. Non ci si può affidare a un parametro, in questo caso il tasso di esportazioni, per concludere che gli USA si stiano arricchendo e che la strategia (posto che ne esista una) di Trump sia vincente. Anche solo economicamente, o politicamente. Perché quello non è leggere il mondo, ma piegarlo ai propri desideri.
Solo che funziona solo nella propria testa, e non incide sulla realtà.
Questi numeri, mentre lo il blocco dello stretto di Hormuz diventa strutturale e non accenna ad allentarsi, sono importanti da conoscere.
In futuro dovremmo tenere d’occhio, oltre al prezzo del greggio, anche la quantità di barili esportata dagli USA, in modo da capire quando la loro capacità di esportazione inizierà a risentire dell’esaurimento dei magazzini. Quello sarà il momento in cui all’orizzonte si affaccerà una nuova vampata della crisi.






